Bergoglio non è un rivoluzionario

By Redazione

marzo 24, 2013 politica

Ma la sinistra ha davvero trovato il Papa che cercava? La domanda fa ridere, me ne rendo conto. Eppure sembra proprio così. Da quando i cardinali hanno eletto Bergoglio, i laicisti italiani è come se avessero ottenuto, non dallo Spirito Santo, ma da un più popolare congresso di partito, la “guida” che cercavano. Infatti, al solo sentir parlare di povertà – tema tutt’altro che nuovo per cristiani e cattolici – con gli accenti che ha usato Papa Francesco, i sinistri nostrani sono andati in deliquio. E non ci hanno messo neppure il tempo dell’attesa delle pronunce papali che arriveranno quanto prima in tema di etica e di fede, per considerare il Pontefice “uno di loro”.

Forse fuorviati dal richiamo francescano, insistito ed appassionato, del Papa, si sono sentiti coinvolti in una koiné ecclesiastica che prima se non disprezzavano guardavano con sufficienza. È il vecchio richiamo al pauperismo ideologico che attrae la sinistra priva di idee e di esempi. Il fondamento, insomma, di quel cattocomunismo vagheggiato da Togliatti e teorizzato da Franco Rodano a cui tanti credenti di sinistra si sono ispirati nella seconda metà del secolo scorso, coniugandolo con il “modernismo” di Murri e gli ammiccamenti di alcuni sacerdoti allo gnosticismo.

Adesso, immaginano di poter cogliere la grande occasione arruolando addirittura un Papa nella loro missione di scristianizzazione attraverso l’uso appunto del pauperismo che è altra cosa, come si sa, dalla povertà quale virtù evangelica (basta leggere il Discorso delle beatitudini per rendersene conto) che introduce al Regno di Dio. È a questa che fa riferimento Papa Bergoglio, non diversamente da altri Pontefici del Novecento, per restare nel nostro tempo, e segnatamente Pio X, Santo proprio perché poveramente, umilmente e semplicemente visse la propria vocazione pastorale non meno che quella di prete di campagna prima e di patriarca di Venezia poi.

Che Papa Sarto combatté il modernismo e il “fumo di Satana” nella Chiesa (come avrebbe detto sessant’anni dopo Paolo VI), non ha mai commosso le sinistre le quali, se appena leggessero le encicliche di tutti i Papi, da Leone XIII a Benedetto XVI, in tema di giustizia sociale, si renderebbero conto che Francesco, da gesuita, parroco, teologo vescovo e primate d’Argentina, non si è mai discostato dall’insegnamento dei suoi predecessori e dalla dottrina complessiva della Chiesa.

Insomma, ha combattuto il modernismo perfino quale Provinciale della Compagnia di Sant’Ignazio mettendosi contro il potentissimo Padre Arrupe che la guidava fino a contribuire alle sue dimissioni con grande sollievo di Papa Montini che non lo sopportava; ha avversato la “teologia della liberazione” che tra gli anni Sessanta e Settanta ha infestato l’America Latina facendo credere che il marxismo era la versione laica del cristianesimo; non ha esitato a scagliarsi contro i teorici di tale dottrina come padre Leonardo Boff, mettendo paletti insormontabili all’ingresso delle innovazioni nei costumi ecclesiastici e soprattutto alla commistione tra missione pastorale e propaganda politica.

Dire, come il Papa ha detto davanti a migliaia di giornalisti, che sogna «una Chiesa povera per i poveri» non contrasta in nulla con il magistero dei suo predecessori dai quali mai si è sentito qualcosa in contrario, tipo l’esaltazione di «una Chiesa ricca per i ricchi». Chissà che cosa ci ha letto Fausto Bertinotti nelle parole del Pontefice per fargli concludere che «con Papa Francesco un altro mondo è possibile». Non credo che alludesse a quello castrista o guevarista (per restare in Sud America), ma è possibile che un mondo evangelizzato (non marxistizzato, dunque) non solo è possibile, ma anche auspicabile.

E quando il Papa afferma che l’evangelizzazione deve cominciare da Roma di cui è vescovo, non vuol forse far intendere che la capitale delle Cristianità, dove sono sepolti i resti di Pietro, deve ispirare un movimento rinnovatore che parta dalla Curia e arrivi ai credenti e dai credenti si diffonda in tutta la società civile? In questo, e non in altro senso, come sembra intendere Concita De Gregorio, il «Papa è rivoluzionario». E neppure c’era bisogno che eleggessero un Papa argentino, che si è dato il nome di Francesco d’Assisi, per avvertire «la necessità di scoprire il “cristiano”, ciò che è la grandezza del cattolicesimo», come ha scritto Alfredo Reichlin, uno degli ultimi vecchi del Pci, sull'”Unità”.

Gli altri, coloro che hanno preceduto questo Papa cosa sarebbero, “abusivi”, “apostati”, “millantatori” esegeti di una religiosità dell’apparenza come diceva Henri De Lubac, maestro di Bergoglio? C’è un una certa desolante approssimazione da parte della sinistra a comprendere le dinamiche religiose e quelle cattoliche in particolare. Per una volta siamo d’accordo con Paolo Flores d’Arcais, fieramente ateo, che su “Micromega” scrive che «sotto il profilo delle libertà dal nuovo Papa non mi aspetto nulla».

Sa, infatti, che non possono esservi “aperture” laiciste. E quanto alla semplicità esibita, che certo ha conquistato tutti, va ricordato che è tipica dei gesuiti e non un segno di distinzione per offendere o prendere le distanze da chi lo ha preceduto nell’interpretare il ministero petrino. Difficile giudicare un Papa dopo due settimane dall’elezione. Infantile appropriarsene per legittimare una visione politica solo perché ritenuta «esterna al sistema romano della Curia», come ha improvvidamente detto il teologo Hans Kung. Papa Bergoglio ieri ha pranzato con Papa Ratzinger. Non credo sia finita a insulti e recriminazioni. La Chiesa ha duemila anni proprio perché fondata su valori irriducibili a un sentire di sinistra. I valori dello spirito, della trascendenza, della grazia.

Il Tempo 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *