Napolitano si può fidare di Bersani?

By Redazione

marzo 21, 2013 politica

A giudicare dal volto con il quale Pierluigi Bersani si è presentato davanti ai giornalisti, la consultazione con il capo dello Stato dev’essere stata piuttosto tesa. Il segretario del Pd è andato a chiedere per sé l’incarico di formare il governo, secondo la tesi “tocca a me provare”, ma Napolitano ha risposto, come prevedibile, che senza numeri se lo poteva scordare. Ti incarico a condizione che ci stai a valutare altre strade oltre Grillo, oppure ti fai da parte, deve avergli detto in pratica il presidente. E alla fine, un minuto prima di finire in fuori gioco, nella speranza di convincerlo a farsi dare almeno questa sorta di incarico “condizionato”, Bersani si è piegato, s’è fatto concavo, sembra di capire dalle parole pronunciate dal segretario del Pd al termine dell’incontro: una “supercazzola”, da cui però è emerso abbastanza chiaramente che ora il Pd con le sue proposte si rivolge «a tutte le forze parlamentari». E’ davvero finita la rincorsa a Grillo? In quel «a tutte le forze parlamentari» (dunque, Pdl compreso) potrebbe esserci la condizione imposta da Napolitano e la conversione a U di Bersani, ora disposto a cercare l’appoggio di altre forze politiche, e non del solo M5S, pur di essere ancora lui a condurre le danze.

Ma farebbe bene il capo dello Stato a fidarsi? A nostro avviso no. Siamo nel terreno ambiguo, e contraddittorio, della prassi costituzionale. Al presidente della Repubblica spetta il potere di nomina, di quello parla la Costituzione. Non esiste alcun incarico “condizionato”, né un pre-incarico, né un mandato esplorativo. Si tratta di convenzioni. E di solito il mandato a continuare le consultazioni si attribuisce ad una carica istituzionale terza, come il presidente del Senato, proprio perché il presidente non può revocare un incarico: sciogliere o meno la riserva riguarda l’incaricato. Se ad essere incaricato è il candidato premier del partito più votato, in questo caso Bersani, e se questi decide di sciogliere la riserva, può formare un governo e presentarsi in Parlamento per la fiducia. E se ieri sera Bersani ha lasciato intravedere uno spiraglio nel “no” finora intransigente del Pd a qualsiasi dialogo con il Pdl, potrebbe trattarsi semplicemente del più classico “buon viso a cattivo gioco” per ottenere una qualche forma di incarico.

Bersani potrebbe comunque decidere di giocare fino in fondo la carta Grillo, oppure tornare dal capo dello Stato, dopo un tentativo di facciata,  per dirgli che un accordo con il Pdl è impossibile e che non c’è alternativa al ritorno alle urne. D’altra parte, Berlusconi è interessato soprattutto ad un accordo su una personalità di garanzia da mandare al Quirinale, ma è proprio la scelta del prossimo inquilino del Colle che il Pd non è disposto a condividere, essendo convinto di riuscire ad eleggere un suo uomo a prescindere dalla partita per la formazione di un governo.

Insomma, altro tempo prezioso sarebbe trascorso e Napolitano si ritroverebbe a quel punto con margini, sia temporali che politici, sempre più ristretti per imbastire altri tentativi, e non gli resterebbe forse che passare la mano al suo successore, il quale nei piani del Pd sarebbe meno propenso a cercare governi del presidente o di larghe intese e potrebbe sciogliere le Camere (sbocco che non dispiace a Bersani, che potrebbe ripresentarsi come candidato premier evitando le primarie e scaricando la colpa sull’irresponsabilità di Grillo). La domanda a cui il presidente dovrebbe dare una risposta è: è credibile l’apertura di Bersani «a tutte le forze parlamentari», avendo finora perseguito con ostinazione una linea del tutto opposta (fiducia dei grillini o voto)? Oppure, come mediatore di questa nuova fase è più indicata un’altra figura? Lo scopriremo tra poche ore.

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