Degenerazione della politicizzazione?

By Redazione

marzo 19, 2013 politica

Molto è stato detto e scritto, in queste ultime settimane, su Beppe Grillo e sul Movimento 5 Stelle. Tra le letture più frequenti e tutto sommato più consolidate è che il voto al comico genovese rappresenti un fenomeno eminentemente anti-politico, una sorta di rivolta della società civile contro la politicizzazione dell’Italia. Su queste basi, Grillo sta incontrando l’interesse anche di qualche liberale o libertarian che magari sogna di poter incanalare il nuovo movimento nella direzione dei princìpi antistatalisti che più ci appartengono.

Del resto è una tentazione ricorrente per i liberali, consci della propria debolezza numerica e organizzativa, quella di provare a cavalcare il successo altrui, anche quando il sottostante ideologico sia abbastanza dubbio. In realtà, il grillismo può essere visto come un fenomeno anti-politico solamente nella misura in cui per “politica” si intende la posizione di privilegio di una ristretta classe dirigente che in questi anni ha controllato le varie cariche politiche e istituzionali. Se per politica si intendono i parlamentari delle ultime legislature o le élites del PD o del PDL, allora certamente il Movimento 5 Stelle rappresenta un forte vento di anti-politica.

In realtà, più correttamente, la politica non si riduce agli interessi particolari dei politici ed i costi della politica non sono solamente gli stipendi o i rimborsi spese dei parlamentari. La politica, piuttosto, è tutto quello che ha a che fare con l’utilizzo del potere di intervento dello Stato per il perseguimento di determinati fini sociali. Da questo punto di vista, la democrazia parlamentare è nata storicamente proprio come strumento di controllo nei confronti del potere dello Stato e, di conseguenza, il suo obiettivo doveva essere essenzialmente “difensivo”, in nome di un concetto di libertà inteso come assenza di coercizione politica.

Nel corso del tempo, tuttavia, è sempre più prevalsa nei votanti la tendenza a fare un uso non difensivo, ma al contrario “attivo” del processo democratico. In altre parole, i vari gruppi politici e sociali hanno scelto di utilizzare la macchina pubblica e il potere di intervenire, regolamentare, tassare, proibire e concedere per l’avanzamento di loro interessi specifici. La mediazione politica ha progressivamente esteso la propria area di influenza, nella misura in cui i cittadini hanno ritenuto che il modo più sbrigativo di ottenere qualcosa a cui tenevano – un lavoro, la scuola, una pensione generosa, l’assistenza sanitaria, etc. – fosse semplicemente “votarselo”.

In questo senso, il prodigio della politica era quello di rompere le relazioni tra cause ed effetti, tra servizi offerti e loro finanziamenti, tra consumo di ricchezza e produzione di ricchezza, per generare un modello di società in cui – per usare le magistrali parole di Frédéric Bastiat – “ciascuno cerca di vivere a spese di ciascun altro”. Ma se la politica è stata (ed è) tutto questo, possiamo davvero ritenere che il voto al Movimento 5 Stelle rappresenti una discontinuità, un’inversione di tendenza? La sensazione, in realtà, è esattamente opposta e cioè che il grillismo rappresenti la degenerazione ultima della politicizzazione della società italiana: il trionfo del concetto che si possa ottenere tutto gratis, semplicemente a colpi di elezioni, referendum e decreti legge.

Il grillismo, sotto molti punti di vista, è il festino finale di un Paese che appare sempre più sconnesso dalla realtà, che sogna il benessere senza il lavoro, la tecnologia senza l’industrializzazione, la credibilità internazionale senza il rispetto degli impegni. Nei fatti il retroterra culturale di coloro che rappresenteranno il Movimento 5 Stelle alla Camera e al Senato è quello dei “pasti gratis”, del reddito di cittadinanza, dell’istruzione gratuita, del lavoro garantito e dei soldi stampati on-demand. Stando così le cose è francamente difficile pensare che, al di là di qualche sapiente operazione di immagine, l’arrembante esercito grillino ci porti meno politica.

Più realisticamente, la politica potrà veramente fare un passo indietro nel momento in cui gli italiani non solo chiederanno ai parlamentari di tagliarsi gli stipendi – cosa naturalmente più che auspicabile – ma soprattutto smetteranno di demandare alla mano taumaturgica dei politici la cura degli aspetti fondamentali della propria vita. E questo momento appare purtroppo ancora lontano.

Libertiamo 

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