Piccoli borghesi diventati poveri

By Redazione

marzo 10, 2013 politica

Esterno giorno. Un quartiere borghese di Roma. Domenica mattina. Lento flusso di cittadini verso la Parrocchia e l’edicola. Lunghe file di cassonetti dell’immondizia davanti ai quali fino a poco tempo fa rovistavano zingari, mendicanti, barboni. Lo stupore s’accende nel vedere che quei soggetti sono stati quasi come “scacciati” da personaggi che non si saprebbe come definire. L’apparenza non tradisce la condizione.

Vestiti più che decorosamente, sbarbati, perfino ammiccanti con un sorriso quando il mio sguardo stupito incrocia i loro occhi che sembrano chiedere comprensione e rispetto per ciò che stanno facendo: immergono le braccia tra i rifiuti per trovare qualcosa. Qualsiasi cosa che possa tornare utile. Vorrei chiedergli che cosa fanno nella vita, chi frequentano, come sbarcano il lunario. Non ne ho, ovviamente, il coraggio. Avverto una stretta al cuore. E vado avanti. Loro, uomini e donne spesso in coppia, riprendono a rimestare nei grossi contenitori verdi contenti forse di aver acceso un po’ di pietà su chi si è soffermato a osservarli. Sono i nuovi poveri. Un tempo piccolo borghesi.

Il portamento, l’abbigliamento, perfino il cenno di saluto al passante che si sofferma incredulo a vedere cosa tirano fuori da ciò che altri hanno gettato, rivelano una condizione socio-culturale che un tempo si sarebbe detta propria della classe media. Zingari, mendicanti, barboni sono spariti. Quel loro lavoro di raccolta degli scarti altrui lo fanno adesso indigenti che magari l’indomani li incontriamo sull’autobus ed in metropolitana mentre si recano al lavoro. Tasselli umani di un mosaico orrendo. Li avevamo visti all’opera nelle bidonville del Terzo Mondo, sulle pendici delle favelas di San Paolo e di Città del Messico, nelle immediate adiacenze del centro di Lagos. Mai avremmo immaginato che Roma potesse popolarsi di quella stessa umanità disperata che l’Occidente opulento soccorreva come poteva attraverso l’attività di organizzazioni umanitarie e caritatevoli, laiche e religiose.

Le vittime della crisi – la più profonda e spaventosa che l’Europa moderna abbia conosciuto, considerando anche quella del 1929 – produce mostruosità del genere, mostrandoci il sottosviluppo qui, tra noi. Ci ostiniamo a non vederlo o, semplicemente, fingiamo di non riconoscerlo, ma in quel signore vestito con una giacca marrone, con la cravatta allentata ed un paio di scarpe da ginnastica ai piedi che tradivano chilometri percorsi per sopravvivere, c’è la miseria che avanza a rapidi passi. La vede chiunque si rechi al mercato quando i banchi stanno per chiudere e s’imbatte in nutriti gruppi di acquirenti che cercano di “comprare” per pochi centesimi ciò che sarebbe destinato al macero. Davanti ai discount si formano, soprattutto nel fine settimana, code lunghissime come se all’interno vi si distribuissero merci gratuitamente. Una signora, per nulla imbarazzata, ma visibilmente rassegnata, mi dice: “Questo possiamo permetterci”.

L’anno scorso, ad Atene, ricevevo le stesso risposte interpellando chi cercava di sopravvivere alla fame, confessandomi che era quasi un lusso mettersi una sola volta a tavola. Me ne sono ricordato leggendo i risultati di un sondaggio della Coldiretti dal quale emerge che solo il 18% degli italiani si permette un pasto completo al giorno; uno su tre si accontenta di un piatto di pasta che sazia e costa poco; moltissimi addentano un panino a pranzo e rimandano alla cena il pasto più sostanzioso, ma sempre ridotto rispetto a qualche tempo fa e non certo per motivi dietetici.

Il crollo dei consumi alimentari è certificato da tutte le aziende di settore e dalle agenzie demoscopiche che aggiungono alle rilevazioni dati assai preoccupanti non soltanto per l’economia in generale, ma per la qualità della vita degli italiani paurosamente calata di livello. E la Confcommercio precisa che la spesa per nutrirsi si è ridotta di oltre 12 miliardi di euro: in un anno, insomma, è raddoppiato il numero di quanti non possono permettersi di acquistare carne o pesce ogni due giorni. La Coldiretti, nei giorni scorsi, ha certificato pure che i piccoli furti, soprattutto nei supermercati, sono aumentati del 3,2% nei primi mesi di quest’anno: i nuovi “Diabolik” all’amatriciana sono avventori che s’infilano in tasca salamini, arance, mele e in più capienti borse polli, tacchini, legna da ardere e al cimitero perfino vasi di fiori.

I prodotti base, insomma, vanno letteralmente a ruba. Come in tempo di guerra. Non so se coloro i quali stanno facendo di tutto per non varare un governo e rimandarci alle elezioni si rendono conto che la miseria, moralmente ingiustificabile nel contesto nel quale viviamo, è la loro più implacabile nemica e, per la proprietà transitiva, diventa nemica dell’ordine civile, dello Stato, della comunità nazionale. Probabilmente, come hanno dimostrato nel recente passato, vivono in una sorta di limbo nel quale non si fruga nei cassonetti dell’immondizia, non si ruba al mercato o al cimitero, non ci si appropria di beni di prima necessità rischiando magari la galera dove finiscono i classici “ladri di polli”, mica coloro che vendono illegalmente banche e producono titoli-spazzatura. La rabbia crescente non è “ideologica”, ma semplicemente umana.

Ed è l’arma di distruzione più potente come hanno dimostrato le rivoluzione scaturite dalle vessazioni fiscali insopportabili e dalla fame crescente delle popolazioni. L’altro giorno, nei pressi di casa mia, ho visto una attempata signora staccare dall’albero un ramo di mimosa. L’ho guardata sorridendole. Per scusarsi mi ha detto: “E’ l’8 marzo, è anche la mia festa. Lo sa quanto costano al mercato le mimose?” Auguri signora. Auguri a tutti noi.

Il Tempo 

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