Siamo ostaggi di uno psicodramma

By Redazione

marzo 6, 2013 politica

Il nostro paese, tutti noi, siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere. Attenzione: con questo non intendo affatto sostenere che il centrodestra, e il Pdl, godano di ottima salute. Anzi. Ma il loro problema rientra in qualche modo nella “normalità”. Dopo un’esperienza di governo fallimentare, durante la quale hanno smarrito i punti cardinali della propria visione economica, dopo scandali e malversazioni, e nel pieno di una crisi della leadership (forse il centrodestra ancora non può fare a meno di Berlusconi, ma con lui può solo limitarsi a resistere, non può andare oltre il 29-30%), ci sta un risultato non esaltante, una sconfitta elettorale, seppur di misura, e un passaggio all’opposizione.

E’ patologico, invece, che il centrosinistra abbia mancato di parecchi milioni di voti un risultato che le avrebbe permesso di governare il paese. Come si può facilmente constatare dai passaggi politici di questi giorni, lo stallo politico-istituzionale nel quale ci troviamo è dovuto essenzialmente ai due complessi storici della sinistra, e del suo principale partito: il Pd. Il primo sta nell’incapacità di battere politicamente i suoi avversari, anzi di concepirne l’esistenza stessa, da cui seguono i continui tentativi di marginalizzarli o riassorbirli.

In un paese “normale”, in una tale situazione di impasse si darebbe vita ad una “grande coalizione”, a un governo di unità nazionale o di scopo, per lo meno per il tempo necessario a realizzare 2/3 riforme volte a far funzionare meglio la nostra democrazia e, subito dopo, tornare al voto. E’ evidente che uno scambio doppio turno-presidenzialismo tra Pd e Pdl potrebbe in pochi mesi ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità. La mancanza di stabilità politica, infatti, danneggia tutti gli italiani, senza distinzioni, rendendoci deboli al cospetto di democrazie europee più solide come Germania e Francia. Anche in presenza di un esito elettorale incerto come questo, infatti, se Bersani fosse stato eletto direttamente oggi potrebbe comunque varare un governo e cercare di volta in volta la maggioranza al Senato, come Crocetta all’Assemblea regionale siciliana.

Perché in Italia non è possibile ciò che in altri grandi paesi democratici sarebbe considerato “normale”? Massimo D’Alema in direzione ha parlato della necessità di «liberarci dal complesso, dall’ossessione, dalla malattia psicologica dell’inciucio», aggiungendo però che «l’impedimento» è Silvio Berlusconi, quindi ricadendo lui stesso nel “complesso”. E’ ovvio: se passi vent’anni a demonizzare Berlusconi, e a raccontare che la nostra è la Costituzione «più bella del mondo», poi è difficile spiegare ai tuoi militanti, ai tuoi elettori, che ora bisogna accordarsi con il “nemico” per cambiare regole del gioco che fino al giorno prima si presumevano perfette.

Che si trovasse al governo o all’opposizione, ogni volta che si è presentata l’occasione di discutere di riforme costituzionali, la sinistra – politica e intellettuale – ha sempre respinto ogni ipotesi di rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e di elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier come una deriva “golpista”, un disegno autoritario, erigendo sulla Costituzione un vero e proprio tabù, e denunciato come “inciucio” qualsiasi intesa con Berlusconi, anche solo sulle regole. E naturalmente il circuito mediatico-giudiziario ancora oggi non aiuta. L’unica destra con la quale ci si potrebbe accordare per il Pd è una destra “deberlusconizzata”. Ma Berlusconi è solo un alibi.

In realtà, la sinistra demonizzerebbe qualsiasi leader in grado di coalizzare un centrodestra capace di batterla. Quindi l’unica destra “buona” per il Pd sarebbe una destra subalterna, sconfitta in partenza perché minoritaria. Ma a quel punto non ci sarebbe alcun bisogno di accordarsi con essa per le riforme, e men che meno per un governo di unità nazionale. Anche in questa fase il Pd di Bersani si preoccupa più di marginalizzare il centrodestra che di approfittare di questo momento di stallo per garantire al paese istituzioni più forti e regole del gioco più efficaci attraverso riforme condivise. Il tentativo di Bersani con i grillini sembra soprattutto una manfrina per guadagnare tempo.

Se va in porto, tanto meglio. Ma la sensazione è che il vero obiettivo sia l’elezione del nuovo capo dello Stato – condividendo la scelta del nome solo con i montiani – prima che Napolitano possa escogitare una soluzione che implichi una qualche forma di intesa tra Pd e Pdl, il che vorrebbe dire dialogare con il “nemico” prima di tutto sulla scelta del nuovo inquilino del Colle. Ricevuto l’incarico esplorativo, che Bersani decida, dopo ulteriori consultazioni, di non sciogliere la riserva, o di giocarsela fino in fondo in Senato, rimarrebbe troppo poco tempo dalla convocazione delle prime sedute per l’elezione del nuovo presidente da permettere a Napolitano di imbastire qualcosa.

Dovrebbe passare la palla al nuovo presidente, che non avrebbe alcun impedimento a sciogliere subito le Camere: e la colpa sarebbe fatta ricadere su Grillo, che non ha accettato l’offerta di Bersani. Anche alla propria sinistra il Pd è incapace di battere politicamente movimenti o partiti concorrenti, quindi tende a riassorbirli come “costole”. E qui veniamo al secondo “complesso”, che riguarda gli elettori di sinistra, i quali in gran parte non sono affatto interessati a governare il paese all’interno dei paletti della democrazia rappresentativa e delle regole minime di un’economia di mercato. Vengono attratti da un’opposizione anti-sistema dalla quale possono esercitarsi nella protesta permanente contro “l’ingiustizia sociale” e continuare a sognare il sovvertimento delle strutture economiche e sociali.

Il prevalere della linea identitaria rappresentata da Bersani-Vendola (al centro avrebbe provveduto la “stampella” Monti) doveva servire a tenere finalmente unita la sinistra. Ma qualcosa non ha funzionato, la malattia si è aggravata. E stavolta si è divisa non al governo, in Parlamento, come nel 1996 e nel 2006, ma già nelle urne. Di fronte alla prospettiva di un governo Bersani aiutato da Monti, molti elettori sono fuggiti verso Grillo. Una scissione latente, nell’elettorato prim’ancora che nella classe dirigente del Pd, che un’eventuale leadership di Renzi potrebbe a questo punto non bastare a scongiurare. Di sicuro il Pd si è presentato a quest’appuntamento non avendo ancora risolto il problema della sua identità. E’ ancora intimamente lacerato tra un’idea di sinistra riformatrice e di governo, minoritaria, e un’idea, prevalente, di sinistra identitaria, che vorrebbe essere sia di lotta che di governo.

Le “macerie” in cui ci aggiriamo, per usare un termine caro a Grillo, non sono il prodotto di vent’anni di autoritarismo berlusconiano, né di “liberismo”, come direbbe Vendola, ma dell’esatto contrario, cioè dell’incapacità della classe politica di prendere decisioni, soprattutto di completare dal punto di vista costituzionale il passaggio alla Seconda Repubblica. Dopo vent’anni di antiberlusconismo, quindi di mancate intese sull’aggiornamento delle regole del gioco, siamo arrivati al dunque: o la sinistra si sblocca, e accetta di parlare con i rappresentanti che gli elettori di centrodestra si sono scelti, per aggiustare la nostra democrazia, oppure rischiamo di avvitarci in una spirale di ingovernabilità da cui possono trarre forza solo movimenti anti-sistema.

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