Subculture sinistroidi 2.0

By Redazione

marzo 4, 2013 politica

La presentazione – innanzitutto tra di loro, dal momento che in pochi si conoscevano – degli eletti del Movimento 5 Stelle alla Camera e al Senato, ieri in un hotel romano, è stata l’occasione per capire non tanto come sia stato possibile che 8,7 milioni di italiani li abbiano votati, ma la natura, l’identità politica del movimento, poiché forse mai come in questo caso tra eletti e militanti da una parte, ed elettori dall’altra, esiste una distanza abissale, a livello quasi antropologico.

Dei candidati, infatti, prima di oggi non si sapeva nulla, totalmente oscurati dalle performance di Beppe Grillo. Presentazioni individuali brevi, va detto, poche parole per descrivere se stessi, la propria attività e i propri interessi, il settore di cui ci si vorrebbe occupare in Parlamento, il tutto in perfetto stile alcolisti anonimi (“Ciao, sono tizio, mi occupo di… potrei contribuire a…”). Premettiamo subito che il problema non è quanto siano apparsi ingenui ed inesperti i neo-parlamentari grillini.

Probabilmente tutti i loro predecessori lo erano, la prima volta. A sorprendere in negativo è il modo in cui non sanno descrivere loro stessi, usando definizioni standardizzate da curricula scritti male. Per non parlare della quantità di banalità, di rimasticature ideologiche, presentate con le capacità espositive, le perifrasi e la mimica tipiche delle assemblee liceali, l’astrattezza di chi tanto non deve rendere conto a nessuno delle sue sparate, ma anche con la sicumera di chi è convinto di saperne più di tutti per il solo fatto di avere un pezzo di carta in tasca e di “occuparsi” – non si sa bene a che titolo, se per hobby o poco più – di quella tal materia.

“Parlo tre lingue, studio la quarta e quindi mi candido automaticamente alla commissione esteri”; “Vorrei portare la mia passione per il web e anche per la musica”; “Mi vorrei occupare di trasporti pubblici e come concetto la manutenzione attuarla per l’acqua pubblica”; “Oltre a lavorare sul lavoro mi piace molto il settore dei servizi sociali e se c’è bisogno anche la sanità”; “Mi piacerebbe occuparmi sia di sociale sia di giustizia”; “Vado in bici e vorrei che si potesse andare dall’aeroporto a Montecitorio in bicicletta”; “Sono vegano, ‘disiscritto’ dalla Chiesa cattolica”. Sono solo alcune delle perle che ci è capitato di ascoltare. “Mi occupo di” è la frase standard utilizzata per presentarsi.

Sintomatica di una certa faciloneria: questi eletti grillini non “lavorano”, non “fanno”, non “sono”, ma si “occupano di…”. Si “occupano” tutti di un sacco di cose buone e belle, ma in pochi dicono che lavoro fanno, di cosa campano, citando un impiego, una mansione, una posizione o un profilo professionale. Della serie, “vogliamo fare cose un sacco buone e un sacco genuine”. Già, sembrava di assistere alla famosa scena del film di Verdone “Un sacco bello”, in cui il giovane neo-hippy Ruggero, al cospetto del papà Mario (Mario Brega) e di padre Alfio, prova a spiegare l’attività della sua comune: «Cioè, siamo un gruppo di ragazzi no, che stanno fondando una comunità agricola no, cioè come alternativa all’inquinamento urbano, cioè inteso non soltanto come scorie eccetera, no, cioè inteso anche come inquinamento morale capito in che senso? (…)

Cioè allora, mentre le ragazze provvedono alla raccolta dei frutti naturali della terra no, tipo carciofi, ravanelli, insalata, piselli no, tutta robbba vegetale un sacco bbuona no, noi ragazzi invece provvediamo così alla dimensione artigggianale no, cioè tutti lavoretti così in ceramica, in cuoio no, così eccetera no, per sentirci in noi stessi in quanto entità fisico psichica a contatto con gli altri no, cioè in questo mondo cosmico pantistico naturalistico no, cioè un mondo in cui è l’amore che vince e il male che perde no, cioè un modo in cui veramente domina la fratellanza no».

Ovviamente un paragone spiritoso, da non prendere alla lettera, ma il miscuglio di subculture politiche, proposte e teorie strampalate tra l’ingenuo e il complottistico, espresso dall’assemblea grillina rimanda all’idea di un mondo pre-industriale e fortemente comunitario, in piena armonia con la natura, proprio come veniva descritto dal mitico personaggio di Verdone nei lontani anni ’80. L’ambientalismo ideologico (niente discariche né inceneritori, no alle centrali a biomassa); l’antimilitarismo, l’animalismo, le energie alternative, il “Nimby”, ma anche i concetti-chiave della sinistra statalista e politicamente corretta: scuola pubblica, sanità pubblica, acqua pubblica, lotta alla precarietà, reddito di cittadinanza, “il sociale” e il “bene comune”, la giustizia.

E’ proprio questa una delle più grandi contraddizioni di fondo del movimento di Grillo: voler spezzare le catene dell’ingiustizia, estirpare la corruzione, la mala politica, con più Stato, più “pubblico”, quindi inevitabilmente più politica, come in una sorta di sindrome di Stoccolma. C’è il problema dei rifiuti? Semplice, si risolve non producendoli, non consumando. C’è il problema del debito? Si può non ripagarlo, o rinegoziarlo, e al limite uscire dall’euro, perché no? C’è il problema di come far ripartire l’economia?

Ecco che viene in soccorso la teoria della “decrescita felice”. Non vorremmo ricorrere a paragoni sotto molti aspetti inappropriati e certamente esagerati – ce ne rendiamo conto – ma come nei movimenti totalitari della prima metà del ‘900, anche nel M5S convivono da una parte il rifiuto del progresso, economico e tecnologico, il mito di uno stile di vita pre-industriale, anti-consumistico e anti-materialista, persino l’eco di valori contadini, e dall’altra un approccio fideistico alle tecnologie di ultima generazione – legate al web, alle energie alternative e alla tutela dell’ambiente – con le quali l’umanità sarebbe in grado di auto-rigenerarsi. Diversamente dai comizi in campagna elettorale, in cui Grillo ha astutamente toccato il tema dell’oppressione fiscale e della burocrazia statale, ieri nelle autopresentazioni dei grllini non abbiamo mai udito pronunciare le parole “tasse” e “spesa pubblica”, e molto pochi sono stati persino gli accenni ai vizi della casta, per esempio all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

In generale il M5S – guardando agli eletti, non agli elettori – sembra il frutto della cultura anti-capitalista, antagonista, altermondista e assemblearista, no global che la sinistra italiana, politica e intellettuale, ha coltivato e diffuso per decenni, vezzeggiandone leader e movimenti. Vi si ritrovano tutte le subculture impugnate – in sostituzione dell’ideologia comunista, ormai uscita sconfitta dalla storia – per combattere il capitalismo e qualsiasi sua “sovrastruttura”. Negli eletti grillini (quasi tutti laureati) vediamo probabilmente arrivare a maturazione i decenni di sfascio e fallimento del sistema educativo-universitario italiano così come la sinistra l’ha voluto e difeso.

Molti, infatti, i laureati in materie tecnico-scientifiche – ingegneri ambientali, informatici, fisici, biologi – ma anche umanistiche, come lettere antiche, scienze dell’educazione e della comunicazione, psicologia, lettere antiche. Ma colpisce di questo esercito di laureati la loro incapacità ad esprimersi, quasi al livello di disadattati, il loro totale analfabetismo economico e costituzionale, la frustrazione, probabilmente insopportabile, nel riscontrare come il loro campo di studi sia poco spendibile nel mercato del lavoro. Ascoltandoli, ieri, veniva quasi da chiedergli, come lo strepitoso Mario Brega di “Un sacco bello”: «Vabbè ma che sete… ‘na setta, ‘na tribbù, i carbonari, i masoni, ma che sete aho!?». Ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di sfidare il politicamente corretto e dire “no, grazie, ci teniamo i politici che abbiamo, Scilipoti compresi”.

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