Non hanno fermato il declino

By Redazione

febbraio 27, 2013 politica

Più di settantamila aderenti, quasi trentamila tesserati, dieci punti programmatici e l’1,1% dei consensi raccolti alla Camera: l’epopea elettorale di Fare per Fermare il Declino è tutta in questo mastodontico countdown. Partiti per arginare la spirale involutiva di un paese e finiti per accelerare la fine del proprio movimento, i gianniniani poi enrichiani poi forse autogestiti si sono incartati sugli errori commessi nella fase genetica della loro aggregazione.

I dieci punti programmatici messi nero su bianco ad agosto sono rimasti, come previsto, un bell’esercizio di stile. Fermare il Declino e i suoi fondatori hanno scelto in maniera scientifica di bruciarsi qualsiasi possibilità di rappresentare un’alternativa liberale credibile. La madre di tutti gli errori è stata quella di intestarsi una battaglia contro Silvio Berlusconi che poteva essere (e certamente lo era) nelle corde dei primi firmatari di quel documento ma che non poteva in alcun modo diventare una proposta politica ricevibile per la base naturale di un movimento liberista.

Chi in Italia si è battuto per meno stato, meno tasse, un fisco meno invadente lo ha fatto sempre e comunque votando Silvio Berlusconi. Non perché fosse il migliore ma perché, almeno a livello di narrativa, è sempre rimasto il solo ad evitare accuratamente frasi del tipo “le tasse sono bellissime”. Identificare in Berlusconi il nemico numero uno senza cercare almeno di incarnare un’ipotesi di centrodestra alternativo è un errore accademico tipico di questi anni. I liberali nostrani, ricchi di titoli accademici veri o presunti e di un’inversamente proporzionale connessione con il mondo reale, si sono a lungo occupati della purezza delle ricette liberiste degli altri senza mai curarsi dei voti necessari a rendere concrete le proprie battaglie.

I fattivi avrebbero dovuto, per una volta soltanto, provare a parlare alla grande maggioranza silenziosa che vorrebbe poter scegliere “meno stato” perché sa benissimo, spesso inconsciamente, che “meno stato” si traduce in italiano con “meno tasse”. Invece di quel blocco sociale ne hanno disprezzato la storia, le scelte politiche di questi anni e con una spocchia spesso intollerabile hanno insinuato in molti l’idea che ad aver capito il nostro paese potessero essere un gruppo molto agguerrito e, ad onor del vero, molto preparato di professori universitari che in Italia ci vengono solo per qualche convegno.

L’esatto contrario della prospettiva orgogliosamente nazionale e popolare che ha contraddistinto i pochi, su tutti Margaret Thatcher e Ronald Reagan, che sono riusciti a tradurre la lirica liberista in maggioranza elettorale. Per mesi sono andati in televisione a raccontare una realtà che non esisteva nemmeno provando a guardarla con le lenti distorte di chi conosce meglio i campus universitari americani dei distretti industriali in crisi del nord del paese: ci hanno spiegato con fare enciclopedico che “destra, sinistra, centro” rappresentavano “categorie che non significano più nulla”. E, invece, nell’anno in cui scoppia la bomba extra politica di Beppe Grillo, sono le tradizionali famiglie della politica italiana ad attirare il 70% del voto nazionale e il 77% del voto per le regionali nel Lazio e l’84% del voto per le regionali in Lombardia.

E chi vuol far politica è chiamato a misurarsi dentro quei confini lì, cercando di mixare una sana dose di pragmatismo con l’idealismo senza cui rimarremmo tutti sul divano a giocare con la Wii (neppure con la Playstation). Aver rifiutato quel confronto è stato un errore esiziale, che ha portato esattamente là dove portano tutti questi tentativi fatti senza un minimo di prospettiva maggioritaria e fusionista: all’irrilevanza politica e a battaglie personali che mettono in evidenza i pochi che le combattono e allontanano i molti che potrebbero condividere gli ideali più generali. Adesso c’è solo una cosa da dire con chiarezza: non è tutta colpa di Oscar Giannino e delle sue bugie sulla propria carriera accademica e sui titoli conseguiti.

Ridurre tutto a questo vuol dire non aver compreso la portata di un consenso che, anche fosse arrivato al 4%, avrebbe comunque certificato la strutturale irrilevanza di idee che invece sono il patrimonio di una larga maggioranza silenziosa di italiani. Per parlare con questa gente, però, serve un cambio di atteggiamento che non siamo sicuri possa arrivare da chi oggi chiede a gran voce di guidare (o di continuare a guidare) FARE. Non ci intromettiamo in casa d’altri, non è affar nostro, però se i liberisti vogliono davvero rimettersi in cammino devono lasciar perdere le battaglie di retroguardia e di fastidiosa (perché orientata sempre “contro”) testimonianza.

La fiducia nell’individuo, nelle sue aggregazioni spontanee, nel mercato come regolatore naturale dei processi economici, è un patrimonio tipico di una parte politica e visto nella migliore delle ipotesi come un “male necessario” dall’altra. Occorre ammettere candidamente che, tranne Alesina e Giavazzi nessuno – e sottolineiamo nessuno – pensa che il liberismo possa essere cosa “di sinistra”. Ci spingiamo oltre: siamo convinti che un movimento politico liberista che abbia l’intima convinzione di poter contare qualcosa può esistere solo se lavora alla costruzione di un centrodestra ampio, inclusivo, a vocazione maggioritaria. In nessun paese nel mondo i liberisti considerano “destra” e “sinistra” la stessa cosa: è così anche nel Missouri dove a lungo ha insegnato Boldrin. Figuriamoci nella Chicago di Zingales.

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