L’ospizio intellettuale di Repubblica

By Redazione

febbraio 18, 2013 politica

Ma secondo voi, in questa campagna elettorale, poteva mancare l’appello degli intellettuali di Repubblica per evitare la solita fine del mondo? Ovviamente no; e infatti puntualmente è arrivato, preciso come lo spread, scontato come una battuta della Littizzetto. Il tono è sempre lo stesso: apocalittico e terrorizzante tipico di quel clericalismo laico così lontano dal sentimento popolare che disprezza e di cui ha paura. Sono trent’anni che gli intellettuali dei salottini radical-chic ci perseguitano con i loro appelli inutili.

Per ogni argomento, opinione o momento apparentemente storico c’è il solito appello tirato fuori dal cassetto, stirato e profumato che sembra nuovo; e anche stavolta, eccoli tutti qui, in fila come scolaretti in posa per la foto di classe; ma con l’arroganza dei vecchi insegnanti e la bacchetta intellettuale di chi esprime la cultura politica più conformista, chiusa, inattuale del mondo occidentale. Gli intellettuali cari a Repubblica e alle élite impegnate sono sofferti, lucidi e profetici come si conviene agli spiriti liberi che sentono sulle proprie spalle il peso di un fardello che loro non vorrebbero, ma che se non portano smetterebbero di esistere. Sono loro, i rassicuranti intellettuali italiani che non si perdono un appello, cascasse un meteorite sulla terra.

Sono loro, a sforzarsi di tener fede all’impegno civile, alla responsabilità democratica che li contraddistingue da sempre; perché un intellettuale è tale, non se prova a pensare il mondo che cambia, ma solo se passa il suo tempo a rompere le balle al mondo con le sue ossessioni e le sue pretese pedagogizzanti. Che l’Italia, per l’ennesima volta e contro il loro volere, possa votare a destra, in fondo non se ne capacitano. Ai custodi della democrazia non va giù che la democrazia sia così birichina da non dare loro retta. E allora, cosa fare? Spiegarci che l’Italia è di fronte a due scenari inquietanti: “un caos ingovernabile o il ritorno al potere di uomini e di forze, che negli anni passati hanno già portato il Paese verso la catastrofe” Boom!

La soluzione? Semplice, votare Bersani per “mettere in piedi un Governo stabile, autorevole, rispettabile a livello europeo”. Sembrerebbero un’imitazione di Crozza se solo Crozza fosse così spiritoso da fare le loro imitazioni. Ma sono veri, sono gli intellettuali del nostro Paese. Il loro è un appello netto, categorico, inequivocabile persino nel titolo: “Per il cambiamento”, e siccome sono per il cambiamento, loro, sono sempre gli stessi da 40 anni. C’è Umberto Eco, di cui non si può dire nulla che non sia stato già detto.

C’è Vittorio Gregotti, quello che costruì lo Zen di Palermo, una di quelle mostruosità per cui pensi che gli architetti dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità. C’è il delirante prof. Asor Rosa, che qualche tempo fa chiedeva che Carabinieri e Polizia sospendessero le prerogative del Parlamento per consegnarle in mano ai magistrati e salvare la democrazia. C’è l’inossidabile Zagrebelsky e la colta Barbara Spinelli espressione di quella gauche italo-parigina, tanto cara alla Carla Bruni, soprattutto quando bisogna difendere brigatisti assassini riparati in Francia.

Ci sono più o meno tutti, sempre gli stessi; manca solo Dario Fo, che stavolta l’appello l’ha firmato per Ingroia. In fondo sono teneri vecchietti a cui bisogna portare rispetto non per le idee ma perché ci aiutano a capire in che stato versa il vigore culturale di una nazione. Marinetti, nel Manifesto futurista del 1909, scriveva: “i più anziani fra noi hanno trent’anni”. Ecco, i più giovani fra loro, invece, ne hanno ottanta. La differenza è tutta qui: l’Italia della sinistra radical-chic è un ospizio intellettuale.

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