Fenomenologia di Beppe Grillo

By Redazione

febbraio 17, 2013 politica

Beppe Grillo, si sa, non ha mai goduto di buona stampa, spesso anche ingiustamente. Ciò che però infonde un’infinita tristezza (e anche un po’ di pena) è constatare come in questi giorni una fetta sempre più consistente del giornalismo italiano stia cercando di correre maldestramente ai ripari leccando.

A Beppe Grillo va indubbiamente riconosciuto il merito di aver scoperchiato la sentina del malaffare italiano. Badate bene, non è che prima non si sapesse del nepotismo, delle rendite di posizione, della casta dei privilegiati inamovibili che fanno carriera anche quando sono semplici mangiapane a tradimento, e quando vanno in pensione si pigliano pure buonuscite fantamilionarie. E non è che prima di Grillo non si sapesse che se tutti pagassimo le tasse l’unico risultato sarebbe che lo stato sprecone sprecherebbe ancora di più. È che prima forse pensavamo che nulla sarebbe mai cambiato, se non nel senso inteso da Tomasi Di Lampedusa nel Gattopardo. Oppure semplicemente ci piaceva fare finta di niente, sperando magari segretamente che un giorno o l’altro sarebbe capitata a noi la fortuna di entrare a qualche titolo nel giro dei boiardi di stato. Invece, a forza di strilli e vaffa vari, Grillo ha risvegliato el pueblo unido dal torpore, e costretto una buona volta la politica a fare i conti con se stessa.

Peccato però che da lì al populismo degli slogan di pancia da Bar dello Sport il passo fosse davvero breve, e quel passo sia stato compiuto: i politici sono tutti ladri, si stava meglio quando si stava peggio, gli stranieri vengono qui a rubarci il lavoro, però sotto un certo punto di vista gli stranieri fanno i lavori che i giovani italiani non vogliono più fare, non esistono più le mezze stagioni, i meridionali sono i più simpatici, il pianoforte è lo strumento più completo, i neri hanno la musica nel sangue (qualunque cosa voglia dire), signora mia, in Islanda e in Argentina hanno mandato a stendere la finanza mondiale e ora vivono benissimo (provate a chiedere ad un islandese o ad un argentino se è davvero così. Dieci a uno vi risponderà che non gli sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere), e via discorrendo. 

Anche per questo su Grillo finora è stato detto tutto e il contrario di tutto. A prescindere da qualunque valutazione di merito, è stato detto anche troppo e a sproposito. A cominciare dalla smania di appiccicargli addosso una bandiera, un colore, finanche una tessera, allo scopo di farne ora un prezioso alleato da blandire, ora un pericoloso nemico da abbattere, alla bisogna.

Finché i grandi nemici da abbattere erano Silvio Berlusconi e il suo governo, infatti, gli scalmanati animatori di piazze del Movimento 5 Stelle sono stati un utilissimo ariete per la propaganda della sinistra. Grillo è sempre stato l’animale da palcoscenico in lotta contro il potere costituito, il Savonarola “zeneise” desideroso di dar fuoco al palazzo senza lasciare ai nemici il tempo di mettere lui al rogo per primo. E finché nel palazzo abitava Berlusconi, i grillini hanno rappresentato dell’ottima carne da cannone cui la sinistra ha lasciato gran parte del lavoro sporco. Specie sui fronti più caldi e delicati, come le proteste targate No Tav, la lotta alle spese militari e quella contro la presenza delle basi NATO in territorio italiano.

Poi però sono arrivate le elezioni regionali del 2010, dove proprio il Movimento 5 Stelle si è rivelato determinante per spodestare alcune tra le più importanti giunte di centrosinistra, a cominciare da quella della zarina Mercedes Bresso in Piemonte. Galeotto fu quel 4% e il M5S che lo agguantò, ma da quel giorno in avanti secondo la vulgata Grillo smise di essere di sinistra. Prima diventò la nuova icona degli ex berlusconiani scontenti del Cavaliere. Poi, tra un flirt con Casapound, una dichiarazione sugli immigrati che devono rispettare le regole, “altrimenti fuori dai cogl…”, e qualche giornalista allontanato a male parole dalla piazza del comizio, Grillo e i suoi sono finiti per diventare addirittura fascisti. Fascisti. L’onnicomprensivo insulto politico con il quale si liquida tutto ciò che irrita l’intellighenzia o risulta troppo complicato da comprendere. Un po’ come il bimbo che chiama “cacca” tutto quello che non gli piace, o che non deve toccare. Grillo cacca, dunque, e chi s’è visto s’è visto.

In realtà Grillo è un fenomeno molto più semplice. O, per gli stessi aspetti, ma con un punto di vista ribaltato, molto più complicato. Grillo incarna la possibilità per l’italiano medio di protestare contro tutto ciò su cui in una vita di fantozziani soprusi non gli è mai riuscito di avere la meglio. Per questo Grillo non è né di destra né di sinistra, ma per davvero. Grillo è il vaffa liberatorio sdoganato per strada. È il “dai, cazzo!” dei Soliti Idioti eretto a sistema. È la vendetta di monsù Travet, di tutti i monsù Travet, anche quelli che si sono sentiti così per un giorno solo. E, Dio, se ci piace la vendetta! A prescindere da chi sia il soggetto contro cui la si porta.

E allora voto Grillo perché non ho un lavoro mentre l’onorevole pasteggia a ostriche e gira in Mercedes a mie spese. Voto Grillo perché pago troppe tasse e c’è chi non ne paga nessuna. Voto Grillo perché il biglietto dell’autobus mi costa 1.50 euro e poi non posso nemmeno sedermici per colpa dell’onnipresente zingara senza biglietto, che mi chiede pure l’obolo. Voto Grillo perché ci sono troppe cartacce per terra. Voto Grillo perché anche io come lui mi sento un Testimone di Genova di una nuova religione. Voto Grillo perché la portinaia mi perde la posta. Voto Grillo perché ho paura dei marziani, delle scie chimiche, del complotto plutopippopaperinogiudaicomassonico e non credo alla versione ufficiale del 9/11 né che l’uomo sia mai stato sulla Luna. Voto Grillo perché voglio levare tutti gli scudetti alla Juve. Voto Grillo perché da bambino volevo andare allo Zecchino d’Oro e non mi hanno preso. Voto Grillo perché sono contro tutte le guerre, tranne quella civile che vorrei scatenare domani per impiccare tutti i ministri, i deputati, i cardinali, i preti e magari, se mi avanza tempo, pure il Papa. Voto Grillo perché sono vegano di settimo dan, mi curo la sciatica con l’omeopatia, lavo le mutande con la Biowashball e scarico da Internet le testimonianze di chi è riuscito a farsi passare la febbre con le Pastiglie Valda al posto della Tachipirina. Voto Grillo perché lo dice Marco Travaglio. Voto Grillo perché ha sempre ragione, e mi dà sempre ragione, a prescindere da qualunque cosa dica. Lui o io. Voto Grillo perché adesso basta. Basta cosa? Basta e basta.  

Non importa la totale insipienza del programma elettorale, che sembra scritto dai Fichi d’India quando imitano i Neri per Caso, ma senza il “tichiti tichiti”. Non importa il disprezzo per le più elementari regole democratiche (o con Grillo, o fuori). Non importa il complottismo e la cialtroneria che trasudano da ogni sentenza urlata in piazza. Non importa il rifiuto del contraddittorio, da sempre sintomo inequivocabile della consapevolezza di quanto siano traballanti le proprie argomentazioni di fronte a quelle altrui. Non importa nemmeno l’ignoranza crassa per la realtà e le dinamiche del web, lo stesso web di cui lo stesso Grillo si è autonominato imperatore. C’è quasi un piacere luciferino nel constatare come il Movimento 5 Stelle galoppa nei sondaggi. Si ha quasi un sussulto orgasmico nel leggere che secondo alcune proiezioni potrebbe ottenere addirittura il 42% dei voti. Perché la voglia di distruggere tutto è sempre più forte di quella di rimboccarsi seriamente le maniche (non solo sui manifesti in bianco e nero) per ricostruire. Vogliamo sentire risuonare a Montecitorio le Trombe del Giudizio Universale. Di più. Il giorno dell’Apocalisse vogliamo essere il cavallo giallo, per portare Morte sulle spalle a fare le sue commissioni.

E allora forza Beppe, sei tutti noi. Purtroppo.

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