L’ombra inquietante del voto inutile

By Redazione

gennaio 29, 2013 politica

Chi guarda più lontano della fine di febbraio vede già una legislatura brevissima e prospetta l’ipotesi di un ritorno al voto in tempi strettissimi. Addirittura nel giro di un anno ed in abbinata con le elezioni europee. Uno scenario del genere non è affatto improbabile. Perché sembra ormai scontato che il Pd difficilmente riuscirà a conquistare la maggioranza sia alla Camera che al Senato e sarà costretto a venire a patti con qualche partito oggi concorrente.

E perché, qualunque possa essere la coalizione scaturita da questo patto, la caratteristica della nuova coalizione governativa sarà inevitabilmente quella della conflittualità interna e della assoluta precarietà. Una sorte del genere non riguarda solo l’eventualità di una alleanza post-elettorale tra il Pd e l’area centrista guidata da Mario Monti, alleanza destinata a realizzarsi sulla base di un abbandono dell’attuale presidente del Consiglio di qualsiasi ruolo governativo (magari per uno istituzionale) che però provocherebbe lo sfaldamento del rassemblement montiano. Ma anche la possibilità decisamente più remota, che dopo il voto Pd, Pdl e centristi decidano di dare vita ad una grande coalizione con il pretesto delle indispensabili riforme da realizzare congiuntamente, coalizione che potrebbe nascere solo sulla base della frantumazione di quelle attuali visto che né la Lega (più Fratelli d’Italia e La Destra) da una parte e Sel dall’altra potrebbero mai accettare quello che sarebbe immediatamente bollato come inciucio.

La prospettiva più realistica del dopo elezioni, quindi, rimane quella della ingovernabilità. Che fino a ieri sembrava l’obbiettivo dichiarato dei centristi di Monti decisi a diventare i nuovi Ghino di Tacco della politica italiana. Ma che adesso appare un obbiettivo meno suggestivo di quanto poteva apparire in precedenza proprio perché appare fin troppo evidente che non potrà essere la vecchia “politica dei due forni” in versione montiana a dare un minimo di stabilità al paese. Chi è impegnato nella campagna elettorale può ignorare il problema all’insegna del classico principio del “primum vivere…”. Ma gli osservatori esterni e chiunque sia preoccupato per le sorti del paese non possono non incominciare a prendere in considerazione la questione.

Partendo dalla inquietante presa d’atto che la tradizionale via di fuga a cui ricorreva la politica italiana dal rischio della instabilità, cioè il ricorso ai governi tecnici, è ormai totalmente preclusa. Non ci sarà un Monti-bis dopo le elezioni. E non ci potrà essere nessun governo guidato da un qualsiasi altro tecnico. Perché l’esperienza Monti ha bruciato ogni soluzione del genere. Spetterà, dunque, alle forze politiche trovare una strada per evitare il possibile caos prodotto da un voto apparentemente inutile. Ma gli attuali partiti dell’area della responsabilità democratica (il problema non si pone per chi persegue il tanto peggio, tanto meglio) sono nella condizione di dare una qualche soluzione al problema dando vita ad un processo di rigenerazione della vita politica capace di creare le condizioni per il superamento effettivo della Seconda Repubblica?

Al momento la risposta è sicuramente negativa. Il centrodestra è tornato ad affidarsi alle sole capacità del Cavaliere rinunciando ad affrontare il tema della propria identità. Monti è un tecnico fallito ed un politico che si deve ancora costruire e formare. La sinistra è ferma agli schematismi ideologici degli anni ’70 ed appare del tutto inadeguata ad affrontare i problemi reali del presente. E quella che un tempo era comunque una ancora di salvezza a cui il paese si aggrappava nei momenti di difficoltà, cioè la chiesa ed il mondo cattolico, si trova in una condizione di precarietà, di divisione e di incertezza addirittura peggiore di quella delle forze politiche. La prospettiva è dunque il caos di Grillo o il giustizialismo di Ingroia? O quella di un qualche trauma capace di costringere i partiti maggiori a prendere atto che la rigenerazione della politica passa inevitabilmente per la radicale riforma delle istituzioni?

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