Lombardia, Ohio d’Italia

By Redazione

gennaio 29, 2013 politica

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E’ la Lombardia il vero Ohio d’Italia. Oltre che una corsa all’ultimo voto per la vittoria al Senato, infatti, anche la sfida per le elezioni regionali rischia di finire al fotofinish. Secondo l’ultimo sondaggio Spincon per L’Opinione i due principali candidati, il leghista Roberto Maroni e il “civico” di sinistra Umberto Ambrosoli, sarebbero divisi da meno di mezzo punto percentuale con l’esponente del centrodestra in grado di rimontare sensibilmente rispetto alla scorsa settimana.

Sette giorni fa la differenza tra i due era di circa due punti percentuali in favore di Ambrosoli mentre oggi, complice una serie di fattori, il gap si è praticamente azzerato. Merito di una lieve crescita di Maroni, che guadagna lo 0,6% e si porta al 38,5%, abbinata ad un sensibile calo del candidato del centrosinistra che lascia per strada lo 0,9% e scende al 38,9%. Pesano su questi numeri due tendenze evidenti nelle rilevazioni degli ultimi giorni: da un lato il Pd paga, poco magari, lo scandalo Mps dall’altro la campagna berlusconiana ha rimesso strutturalmente in moto gli indecisi e quelli poco propensi al voto fino a qualche settimana fa che continuano preferibilmente a scegliere la vecchia Casa delle Libertà.

Gli altri due contendenti in grado di muovere cifre elettorali consistenti non sembrano comunque rappresentare in nessun caso una valida alternativa alla leadership: Gabriele Albertini guadagno lo 0,1% e rimane sul gradino più basso del podio con il 10,4%. Staccata di poco Silvana Carcano del Movimento 5 Stelle con il suo 10,1%. Una delle domande che tutti si stanno ponendo rispetto a questa corsa è se saranno le elezioni politiche a “trainare” le regionali o se i due candidati presidenti riusciranno ad essere, in qualche modo, fattori rilevanti nella sfida nazionale.

Per ora, con sole due rilevazioni nel cassetto, ci sentiamo di dire che l’elettorato continua a muoversi molto poco e che quando ciò accade lo fa spinto da ragioni più nazionali che locali. Sulle performance dei due candidati, insomma, influiscono più il caso Mps o le uscite di Silvio Berlusconi che il tentativo di “agenda setting” che i due contendenti stanno mettendo in campo.

Situazione un po’ diversa nel Lazio dove, dopo settimane di dominio incontrastato di Nicola Zingaretti e di sondaggi sempre molto sorridenti all’ex Presidente della Provincia di Roma, per la prima volta Francesco Storace inverte la tendenza. Il leader de La Destra, vinte forse alcune ritrosie degli alleati e scongiurata la possibilità di una candidatura alternativa da parte di Giorgia Meloni, guadagna il 3,9% in soli sette giorni e passa dal 30,6% al 34,5%.

E’ ancora difficile ipotizzare una sfida “too close to call” ma il balzo di Storace corrisponde ad uno speculare arretramento di Zingaretti che scende dal 42,9% al 40,2%. Con queste oscillazioni, sei punti percentuali di vantaggio non possono lasciare tranquillo il candidato del Pd che molto probabilmente vede pesare su di sé la scarsa forma del partito nazionale molto di più rispetto ad un “non allineato” come Ambrosoli. A sorpresa la terza piazza è appannaggio del Movimento 5 Stelle che con Davide Barillari guadagna quasi 3 punti in sette giorni e arriva al 12.3%. Giulia Buongiorno perde, invece, il 2,4% e scende dal 13,2 al 10,8 diventando la quarta forza in campo.

L’analisi dei flussi elettorali di queste due regioni segnalano almeno due dati ragguardevoli. Il primo è che, come detto, a influire pesantemente sulla corsa dei candidati sono soprattutto le dinamiche di consenso nazionali. Anche chi, come Ambrosoli, fa del civismo il suo cavallo di battaglia finisce comunque per risentire, magari in misura minore, delle vicende che riguardano i leader dei partiti che lo sostengono. Dal punto di vista numerico, invece, questa tornata amministrativa si caratterizza per una grande parcellizzazione del consenso.

Nessun candidato è oggi accreditato di cifre elettorali nemmeno vicine al 50% e così, diversamente da quanto accadde in Lombardia e Lazio con Formigoni e Polverini, i prossimi governatori di Pirellone e Pisana non potranno dire di rappresentare la maggioranza assoluta dei propri corregionali.

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