L’ultima sfida di Pannella

By Redazione

gennaio 20, 2013 politica

C’è una linea di confine tra i radicali e i radical chic, e Pannella ancora una volta si è preoccupato di tracciarla. L’alleanza con Storace non è un matrimonio. Non è una firma su un programma. Non è una scelta di grande politica. È un segno. È la voglia di Pannella di spiazzare, quel suo modo di fregarsene dei pregiudizi e di spingere il suo popolo a sporcarsi le scarpe o a camminare nel deserto.

È il suo modo per dire che non ha paura degli anatemi e dei tabù di chi da una vita ti tiene fuori dalla porta, con quell’aria di disprezzo che solo sanno avere i figli dell’aristocrazia finto proletaria. Non è la prima volta che Marco va nei quartieri dove gli altri dicono che c’è troppo fango. Qualcuno dice che questo accade quando dentro di lui urla il licantropo che lo spinge a rotolarsi in preda a un delirio di autodistruzione. Solo che Pannella è una mente molto più lucida di quanto si pensi.

Il suo istinto come uomo e politico è portare le sue idee, i suoi valori, dove è più difficile. Troppo comodo fare i radicali quando le tue battaglie sono diventate un luogo comune, quando quello che dici non scandalizza più, quando in certi salotti e in certi giornali ti basta dire che hai fatto da testimone di nozze a due tuoi amici in Spagna per attirare l’attenzione o ripetere per l’ennesima volta che il berlusconismo ti fa vomitare per strappare un applauso automatico.

Gli insulti li prendi se dialoghi con Storace, il fascista, quello che mette le scarpe sporche sulla poltrona, quello con cui ti vergogni di andare a spasso. Allora si capisce che la questione non è politica, ma di buon gusto, di apparenza. Perché un radicale (chic) può apparentarsi con un giustizialista, con uno che sbatte in carcere la gente senza processo, può sedere nello stesso governo con questo o quell’apparato clientelare da prima repubblica, può leggere Repubblica, Il Fatto o l’Unità, ma se prende un taxi con Storace si sente a disagio, si guarda intorno per assicurarsi che nessuno l’abbia visto.

Eppure è proprio con Storace che i radicali forse avrebbero più spazio e più voce. Sicuramente più rispetto. Dice Pannella: «Il mio è un gesto di rivolta morale alle discriminazioni. Storace è stato un cattivo amministratore, ma è stato assolto dal Laziogate. E poi è leale, ha un elettorato proletario, e ha denunciato che contro di noi c’è stato un tentativo di genocidio politico». Marco sa che Storace ha un debole per lui e apprezza quando l’altro dice: «Io vorrei governare la Regione avendo voi, i Radicali, con il compito di controllarmi».

Queste parole scandalizzano. Si sentono fin qui i mal di pancia della Bonino. L’onorevole Marco Mecacci evoca scissioni. Tanti simpatizzanti, intellettuali, giornalisti sono pronti a strappare la tessera. Pensano che Marco sia ubriaco di fame o voglia liquidare finalmente Emma. Non ci si può sporcare – dicono – con quelli lì. Nessuno si scandalizza invece per la scelta di Zingaretti. È stato lui a rompere il patto con i radicali. È stato lui a cacciare dalle liste elettorali Rocco Berardo e Giuseppe Rossodivita, i due radicali che hanno smascherato come i gruppi di tutti i partiti, tranne loro, in consiglio regionale si moltiplicavano i soldi.

È stato il Pd a dire che Pannella non è degno di fare il senatore a vita. Per vendetta e perché in fin dei conti non lo hanno mai amato. È per questo che Pannella ancora una volta ribalta il tavolo. I radicali veri non sono mai di moda, quelli falsi lo diventano 20 anni dopo.

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