Siamo rimasti soli

By Redazione

gennaio 8, 2013 politica

Siamo rimasti in quattro gatti, pare gli unici a non essersi accorti delle potenzialità di un’agenda, della luce in fondo al tunnel. Eravamo partiti sognando l’America – eh, mica solo la California, piuttosto il Texas e comunque non solo la West Coast, ma tutta l’America. C’era brio che giungeva da laggiù, dopo il ritorno di un repubblicano alla Casa Bianca e mossi da un sentimento di riguardo verso New York e ciò che la metropoli rappresenta con i suoi simboli, pure le due torri abbattute l’11 settembre 2001.

In Italia era ripartita l’avventura sgangherata del centrodestra, noi rimasti in quattro gatti disputavamo sul fusionismo, sull’eredità di Barry Goldwater e di Ronald Reagan, sul fenomeno della Right Nation che sognavamo, coscienti che fosse impossibile esportarla – discutevamo pure se fosse possibile o meno esportare la democrazia in Afghanistan e Iraq, sarebbe il caso di domandarci che fine abbia fatto in Europa, nel l’evolversi delle deleghe di potere concesse a commissari nominati. Amen. Siamo rimasti in quattro gatti, dicevamo, qui a contarcela sulle prossime elezioni.

Chi si vota, ragazzi? Di nuovo il ticket Pdl – Lega? Si tenta il salto nel vuoto con Giannino? Stiamo a casa che risparmiamo pure tempo? C’è chi opterà per Berlusconi, turandosi il naso o per obblighi (non abbiamo mai nascosto che tra di noi c’è gente attiva nel partito del Cavaliere, l’onestà di ammettere le intenzioni di voto è stata ribadita in più occasioni), chi magari sceglierà solo di fronte alla scheda elettorale, chi al seggio davvero non metterà piede. Siamo sognatori assaliti dalla realtà, confidiamo che l’opzione migliore sarà riservata a chi toccherà il meno possibile le nostre tasche, consapevoli di non poter aspirare ai motti del tipo “leave me alone”, “don’t tread on me” e altre roba americana – poi è arrivato Obama e anche all’Economist hanno iniziato a chiedersi se gli USA non siano sulla strada per trasformarsi in Unione europea, quando Andrea Mancia nel 2008 prima di tornare in patria scrisse “Goodbye America, welcome to USSR”: il solito reazionario.

Forse la memoria tradisce, ma c’era anche Mario Sechi nel gruppo. Un conoscente, un cantore di quel mondo là, uno che riusciva a raccontarlo senza l’ideologia che ad esempio si aggira per i corridoi di Repubblica o Corriere. Sechi, quello che urlò in faccia ai dirigenti pidiellini di stare in campana che c’era una squadra di blogger, giornalisti squattrinati e attivisti che pretendeva il cambiamento, la rottamazione prima ancora che fosse termine renziano, una generazione cresciuta a pane e America, insofferente alle lungaggini e ai riti della politica da prima repubblica. Ecco, Sechi ha sottoscritto l’agenda di Mario Monti, sarà candidato al prossimo giro – aggiunto alla lista, non c’è tempo sufficiente per le primarie. D’accordo, il Pdl puzza, il Cavaliere ha pure rotto prima dichiarando che molla e poi torna, offrendo prima la leadership allo stesso Monti e poi definendolo un piccolo contendente, pare confuso – stai a vedere che ha le idee ben chiare.

Però… L’agenda Monti non è la Right Nation, nemmeno per un piccolo refuso. E’ dirigismo, offerto con le figurine di Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, animali politici perché se non rimanessero ancorati alla politica, sarebbero animali in letargo perenne. Sì, eppure doveva essere proprio Sechi, quello che conoscevamo noi quattro gatti. Non sarà mica stato più bravo Beppe Severgnini, che almeno ha avuto l’accortezza di negare la sua candidatura con il Pd? Sia mai. L’America è lontana anni luce.

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