Nel vuoto di Montecitorio

By Redazione

dicembre 20, 2012 politica

La visione del vuoto è uno spettacolo raccapricciante e raggelante. E’ la dimensione dell’assenza percepibile come se fosse materia solida. Potrei dire che si tocca con mano in questi giorni attraversando il Transatlantico di Montecitorio dove il mormorio s’intreccia alla disperazione repressa. Uno spettacolo di rara intensità nel quale l’umanità allo stato liquido si palesa nella crescente consapevolezza del privilegio in fuga, dell’affievolimento del potere, dell’orrore della vita comune che si affaccia, anzi si approssima a grandi falcate, è già al portone del Palazzo. Chi volesse descrivere la condizione umana dovrebbe insinuarsi nelle pieghe della fine di questa orrenda legislatura per cogliere negli atti finali di un quinquennio parlamentare i rimpianti di tutti coloro che, pur non rendendosi conto di essere stati protagonisti a diverso titolo di una pochade dalle tinte livide che talvolta l’ha fatta sconfinare nella tragedia, adesso vedono spalancarsi davanti il regno dell’irrilevanza. La politica ridotta ad apparenza, consustanziale alla spettacolarizzazione dei gesti e delle parole, “televisivizzata” soprattutto per responsabilità di un grande impresario che ha confuso sostanza e rappresentazione, finzione e realtà in un pasticcio irreale, si è sbriciolata al punto che nessuno più si chiede se vale la pena chinarsi per raccogliere ciò che è rimasto. E vagano perciò in un limitatissimo nulla – il perimetro dei palazzi del potere – i tanti che prevedono, increduli, di restare esclusi dal prossimo giro di giostra.

Scruto, con poca eleganza, i loro sguardi appannati, le ombre che si allungano sui loro volti, le rughe che improvvisamente si sono fatte più profonde e fatico a riconoscere i parlamentari talvolta brillanti, spesso eccentrici, quasi sempre (ma non tutti) piuttosto di buonumore che soltanto qualche mese fa immaginavano di uscire indenni dalla crisi politica che pure velocemente s’avvicinava ai loro destini. Prima lambiti, poi coinvolti, infine affogati dall’incedere inarrestabile di un tempo che non si sarebbe fermato neppure di fronte alle ragioni del buon senso che consigliavano una fine ordinata e naturale della legislatura stessa.

L’accelerazione ha inquietato tutti, soprattutto coloro che irresponsabilmente l’hanno provocata. Ed ora, cinicamente, attribuiscono colpa al presidente del Consiglio che a loro giudizio, evidentemente, doveva porgere l’altra guancia e restare al suo posto bersaglio utile all’esercizio della delegittimazione, in attesa che il tempo televisivo, non coincidente con quello della politica, si consumasse e desse modo di dispiegare meccani di guerra piuttosto arrugginiti. E’ così che, improvvisamente, deputati e senatori si sono trovati senza casa o in case modeste o precarie o addirittura costretti a chiedere ospitalità a qualche albergatore di fortuna. Domandate a qualcuno di loro dove andrà ad abitare, cioè con chi si candiderà e vi risponderà che non lo sa, non ha ancora scelto, non è stato chiamato, attende una telefonata. Passano le ore, finiscono le giornate, il silenzio del Transatlantico diventa pesante, perfino il cortile all’aperto si svuota e gli astanti abituali guadagnano alberghi e ristoranti dove continua la rappresentazione del dramma dell’assenza impastata di risentimenti e rancori, dolori umanissimi e imbarazzo comprensibile.

Ma come, dove sono finiti i partiti che bene o male, dentro o fuori dal Parlamento, una prospettiva la offrivano? Non ci sono più? Al contrario, ce ne sono infinitamente di più che nel passato. Peccato che sono parodie di partiti inventati in poche ore e soltanto per salvare chi riuscirà a saltare all’ultimo momento su uno di essi, come se costituissero tutti insieme un arcipelago di zattere. E questa consapevolezza spalanca le porte all’incubo: se non ce la si fa ad agganciare l’ultimo legno nel mezzo dell’arrembaggio e del naufragio, che cosa si fa?

Aveva un tempo la politica la dignità della sconfitta. E la nutriva nel tempo della vittoria quando era più facile adattarsi alla prospettiva dei rovesci da mettere in conto. Poi la filosofia del successo, l’arrampicarsi senza rischi hanno plasmato il politico “immune”, non nel senso costituzionale, ma in quello più banale del protagonista delle finte disfide, del frequentatore del collegio inesistente, insomma del “nominato” per diritto partitocratico. Ed allora l’onnipotenza s’è dispiegata senza freni fino a ritenersi “immuni”, appunto, i beneficiati dall’espulsione dalla società politica (fintamente politica). Ecco perché, nel passato, quando le logiche elettorali erano diverse e strettamente commisurate al valore della militanza e a quello dell’ingegno personale (salvo eccezioni), la fine di una legislatura non si palesava come la fine del mondo – Maya o non Maya – ma soltanto come un’occasione finita che dava luogo ad un nuovo inizio. A differenza di quanto accade oggi, come si può constatare.

Capisco e mi rattristano quegli occhi sbarrati, quelle bocche cucite, quegli sguardi perduti, quei sorrisi abbozzati. Non c’è niente dopo per chi ha concepito la politica come apparenza e non come essenza, per chi se n’è innamorato attaccandosi alle costole di improbabili garanti della continuità e della permanenza di un blocco (non soltanto parlamentare) estraneo alla società civile, per chi ha assimilato il principio della presenza e non ha messo in conto la variabile dell’assenza. Per chi, insomma, i partiti li ha rottamati felicemente per ritrovarsene con una folla che li assedia, li lusinga, li abbacina, ma non li farà eleggere. Realizzato tutto ciò gli ultimi giorni di Montecitorio sono assai tristi, non diversamente da quelli che si vivono a Palazzo Madama.

Restano sui divanetti dove ben altri discorsi s’intrecciavano, brandelli di conti riferiti a contributi, vitalizi, pensioni e a stipendi che si ritroveranno (chi li ritroverà) tornando a giorni che si consumeranno nella normalità ed il massimo della politica di cui ci si ciberà passerà per noiose serate davanti alla tv vedendo scorrere le immagini dei nuovi/vecchi (e perfino antichi) protagonisti calcare le scene del solito palco bianco; quegli stessi protagonisti nelle cui mani si erano messe vite e carriere immaginate eterne nel Palazzo nei cui anfratti si tessono strategie degne al massimo delle battaglie navali che riempivano i nostri anni di scuola.

Ancora poche ore. Banca, barberia e posta resteranno desolatamente vuote. Già ci si organizza per preparare l’accoglienza ai nuovi deputati. Gli uffici si svuotano. Nessuno si azzarda a scommettere su chi tornerà e chi non si farà più vedere. Non è elegante. Ma è rimasto poco da preservare anche tra le cose ritenute eleganti.  Per esempio una stretta di mano tra vecchi avversari, come si conveniva una volta. Ed un abbraccio tra amici. Amici? Prima di voltarsi verso di te ti chiedono chi hai scelto, si sincerano di sapere con chi stai. Hai visto mai, non dovessero  essere messi in lista per intelligenza con l’ipotetico nemico…

(da “Il Tempo” del 21 dicembre)

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