“Berlusconi chi?”

By Redazione

dicembre 6, 2012 politica

Quando scese in campo nel 1994, nessuno si sprecò a rilasciare goffe dichiarazioni alle agenzie. Nessuno si scompose nemmeno quando, nel 2006, ribaltò come un calzino la convention di Confindustria a Vicenza. Nei momenti in cui Silvio Berlusconi ha raccontato a questo paese una speranza, una soltanto, di un’Italia migliore, nessuno dell’inner circle della politica politicante ha sentito il bisogno di alzarsi e schierarsi al suo fianco.

Quando nel 1994 a reti unificate parlò di un paese “pulito, ragionevole, moderno” raccolse in breve tempo attorno a sé un manipolo di sostenitori con uno spessore culturale nemmeno per sbaglio paragonabile all’accozzaglia adorante di queste ore. Vi è stato in quel tempo, e negli anni tumultuosi che si sono succeduti, la speranza di molti che questo potesse essere un paese diverso, all’altezza dei suoi uomini migliori e non alla mercé di tanti, troppi impresentabili. La sparata berlusconiana appariva ad alcuni come la tanto attesa “chiamata alle armi”, ad altri come un tentativo coraggioso e praticabile per mettere la politica di fronte alle sue responsabilità e riconsegnare un paese per sua natura vitale a chi quella vitalità voleva sprigionare.

Quando Berlusconi con fare sincopato ripeteva “noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà” a molti sarà venuto in mente Ronald Reagan, nel bene e nel male. Mai, nessuno, avrebbe mai immaginato questo epilogo e la lenta discesa dalla cima di Margaret Thatcher all’abisso di Domenico Scilipoti.

I prodromi di questo lento declino si iniziarono a sentire con la compilazione delle prime liste bloccate, nel 2006. Lì, nel mezzo di una campagna elettorale che si preannunciava disastrosa, Berlusconi seppe comunque re-inventare un messaggio nuovo, una volta ancora. Cornice dell’ennesimo show del Cavaliere l’happening confindustriale di Vicenza. C’era tutta la lirica da outsider che così poco piaceva all’establishment e così tanto all’economia reale: “Siate ottimisti, non lasciamoci prendere dal pessimismo. Facciamo un po’ meno vacanze, veniamo un po’ meno in Confindustria. Stiamo a casa a lavorare.”

Anche lì, come d’incanto, il ceto medio ritrovò un motivo per vincere la noia e recarsi alle urne. La spuntò Romano Prodi per una manciata di voti ma fu una campagna elettorale in cui, finalmente, le parole d’ordine di un centrodestra normale (almeno quelle) tornarono a essere centrali. La larghissima vittoria di Pirro del 2008 e tutto quello che è successo dopo sono storia recente.

Ieri l’ennesimo tornante con le agenzie stampa e Palazzo Grazioli letteralmente invasi da quella che avrebbe dovuto essere una classe dirigente all’altezza del più grande partito del centrodestra italiano e che invece si è dimostrata buona solo per assecondare l’ultimo azzardo di Berlusconi.

A mancare del tutto sono le idee. Non c’è un messaggio, non c’è uno slogan, anche banale, che possa far pensare a qualcosa di più di una vendetta servita un po’ troppo fredda. Se il Berlusconi del 1994 e quello del 2006 aveva conquistato tutti sull’onda della speranza e dell’entusiasmo, questo Berlusconi cerca il consenso stimolando sentimenti completamente opposti. Manca la spinta decisiva di giovani, famiglie, categorie produttive. Quelle che non leggi sui giornali o sull’Ansa ma che quando incontri per strada, oggi, ti chiedono sibillini “Berlusconi chi?”. Non perché non lo conoscano, anzi: è proprio perché l’hanno conosciuto troppo bene.

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