Il settarismo della piazza

By Redazione

ottobre 5, 2012 politica

Le manifestazioni studentesche del 5 ottobre hanno colpito per gli episodi violenti più che per i contenuti espressi dai manifestanti stessi. Ma quali contenuti? Le parole d’ordine sono state poche e scarse, anche e soprattutto per il modello organizzativo della giornata di protesta di ieri. Non c’è stata una vera manifestazione nazionale, bensì tanti piccoli cortei in moltissime città: impressionavano alcune foto provenienti da Cava dei Tirreni, con il corso principale pieno di ragazzi. Certo è che, in questo caso, si è arrivati alla protesta senza grossi processi mediativi: e non potrebbe essere altrimenti. Le scuole hanno riaperto i battenti tre settimane fa, difficile prevedere lunghi percorsi ed approfondite assemblee.

Non solo: soprattutto a Roma la giornata è stata caratterizzata da un certo settarismo. Pochi i licei coinvolti, e tutti del centro. Alla mancanza di riflessione politica approfondita si aggiunga una certa sbrigatività anche nei modi: quando mancano le discussioni, si va in piazza subito passando ad un’azione poco mediata e spesso estrema, come si è visto negli scontri di Porta Portese. Un altro elemento, collegabile a questi, è la grande presenza di elementi antipolitici: proprio il rifiuto delle forme assembleari e dei percorsi, porta ad un rifiuto della politica in quanto tale e di tutte le forme che la contraddistinguono. Non erano quindi casuali le immagini di coloro i quali bruciavano le tessere elettorali. Al settarismo di cui sopra si può collegare anche una certa mancanza di pubblicità dei cortei stessi: il movimento è stato fatto sui social network con un tam-tam tipico dei movimenti #occupy o dei più vicini geograficamente indignados. È chiaro che, se si parla via computer e a distanza, i messaggi comunicabili diventano per forza di cose sintetici e sloganistici. L’approccio finale è quindi caratterizzato da una bassa propensione al dialogo e sfocia facilmente in azioni potenzialmente violente, soprattutto di fronte ad una polizia che non riesce a contenere poche frotte di sedici-diciassettenni piuttosto che accompagnarli pacificamente a destinazione. Questi studenti sembrano quindi isolati e ripetono alcuni degli schemi visti a Roma un anno fa, il 15 ottobre. L’autorganizzazione vince, ma vince parcellizzando le pratiche di piazza, atomizzando le esperienze politiche, creando movimenti basati sull’azione e non sul ragionamento politico, che male si cuce sui 140 caratteri di Twitter. Si viene a creare un auto-isolamento vizioso, un cane che si morde la coda.

Questi studenti rifiutano il dialogo con l’esterno, tanto da non avvisare neppure i “cugini” più anziani dell’università. Anche gli stessi percorsi politici, eredità del passato ma palestra della riflessione sulla prassi, vengono visti come instabili e precari alla stregua del mondo del lavoro che gli stessi protagonisti delle piazze di ieri si troveranno di fronte. La politica non è più vissuta come un rapporto anche amicale tra i vari soggetti, che compongono quella moltitudine che Toni Negri teorizzava parecchi anni fa. Gli studenti vivono un rapporto competitivo sin da giovanissimi, che richiama sempre più quello “burocratico” tra colleghi di lavoro, portando a quella sorta di annullamento delle relazioni sociali che aiuterebbero il dialogo. É un quadro a tinte fosche, che però oggi è parte integrante delle tante piccole realtà isolate che le persone costruiscono attorno a loro stesse, dietro la protezione delle reti sociali virtuali: proteggersi da un mondo “peggiore” creando delle piccole bolle di vetro di tranquillità. Ma quando poi i vetri iniziano a sbattere tra loro, si creano quelle fratture e quelle rotture che portano all’esplosione della miccia violenta. E camminare sui resti dei vetri infranti diventa affare pericoloso, proprio come a Roma, Milano e Torino.

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