Contro il governo tecnico

By Redazione

ottobre 3, 2012 politica

Il 7 maggio del 1993, nell’aula della Camera risuonavano queste parole: “Più che il liquidatore fallimentare di un regime moribondo, mi pare che il suo Governo sia una sorta di commissariamento straordinario. Credo che sarà facile far capire agli italiani che non può essere un governo antipartitocratico quello che ottiene la fiducia dell’85 per cento dei presenti in Parlamento e, quindi, dei rappresentanti delle forze politiche. Il suo è un Governo che, anziché tendere all’archiviazione di un sistema, cerca di garantirne la continuità”.
Il destinatario era il governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi, e l’estensore Gianfranco Fini. Oggi fervente sostenitore di un Monti-bis, all’epoca Fini si scagliò violentemente contro la supplenza reazionaria dell’esecutivo dei tecnici. E sosteneva a spada tratta il presidenzialismo.

Pubblichiamo integralmente il discorso del presidente della Camera 

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, il Governo che sta per nascere è, a nostro modo di vedere, per il programma che ella ha illustrato, la dimostrazione migliore di quanto fosse illusoria l’affermazione resa dall’onorevole Amato in quest’aula nel corso del dibattito che segnò la fine di quel Governo. In quell’occasione egli disse che il 18 aprile è sostanzialmente finito un regime. Io non credo sia così: non credo che – come disse Amato – il referendum del 18 aprile abbia seppellito un regime. Credo, al contrario, che il 18 aprile abbia solo costretto il regime a modificare – pur rimanendo nell’ambito dei suoi poteri – i ruoli che nel corso degli anni avevano esercitato al suo interno ora i politici ora gli uomini della finanza e dell’economia. Il regime è tutt’altro che sepolto: esso è stato soltanto costretto sotto la spinta del rinnovamento, di fronte all’evidente immoralità della politica, ad affidarsi ad altri. Non credo, signor Presidente del Consiglio, che lei possa dire di essere un cittadino comune, un semplice cittadino, come ha voluto sottolineare nell’esordio delle sue dichiarazioni programmatiche in questa sede. Nessun semplice cittadino, infatti, in un sistema politico e di potere come quello italiano, ricopre per oltre quattordici anni la carica di Governatore della Banca d’Italia. Nessun semplice cittadino passa attraverso le turbolente vicende che hanno caratterizzato la nostra politica economica e finanziaria in questi quattordici anni; un semplice cittadino non attraversa le vicende del crack del Banco Ambrosiano, del venerdì nero del luglio 1985, della svalutazione della lira dopo un’ostinata difesa che ha portato a bruciare qualche decina di migliaia di miliardi.

Lei non è un privato cittadino: è un’autorevole esponente di un sistema di potere. Non appartiene ad una categoria di membri del sistema di potere, non è un politico, non ha tessere di partito, il suo volto non viene identificato dagli italiani come appartenente ad uno di coloro che hanno detenuto il potere; ma non dica agli italiani ed al Parlamento di non appartenere a quello che è stato il regime, che, sempre secondo l’onorevole Amato, per oltre quarant’anni ha rappresentato l’assetto di potere in Italia! Un regime, del resto, non è soltanto la politica, le cariche istituzionali, i partiti: un regime è la finanza, l’economia, la magistratura. Ed anche in Italia, come in qualsiasi altra parte del mondo, politica, finanza, economia, magistratura per molto tempo non sono state l’una contro l’altra, ma l’una intimamente collegata e connessa all’altra. Non è tuttavia per il fatto che anche lei appartiene al vecchio regime non sepolto dal referendum del 18 aprile che noi non le accorderemo la fiducia: non vi è assolutamente nulla di personale in questo. Si può essere esponenti di rilievo di un regime e di un sistema di potere ed essere intimamente convinti della necessità vitale di modificarlo prima che nel crollo del regime stesso e del sistema crolli anche la nazione. È già accaduto in Italia, anche recentemente: è accaduto a uomini che ricoprivano cariche ancor più autorevoli della sua.

Noi non le accorderemo dunque la fiducia perché siamo intimamente convinti del fatto che il potere politico cui lei non appartiene le abbia affidato, niente meno, che l’incarico della Presidenza del Consiglio con un mandato ben preciso. Lei, a nostro modo di vedere, è chiamato ad esercitare una sorta di supplenza ed il suo Governo, un Governo apparentemente nuovo, con molti tecnici in ruoli centrali, è un abito che deve essere quanto prima indossato per coprire quelle piaghe che la questione morale ha causato nel corpo più presentabile della politica. Il suo, sostanzialmente, è un Governo a termine, ma soprattutto è un Governo che esercita un compito di supplenza: nessun altro, fra i vecchi esponenti del potere inteso in senso politico e partitocratico, si sarebbe potuto sedere dove lei oggi siede; occorreva affidare il compito ad un esponente del sistema che non avesse, agli occhi degli italiani, la caratteristica di essere organicamente legato al potere politico. Ecco perché noi non riteniamo che il suo Governo sia (come ha scritto un po’ troppo enfaticamente un quotidiano che mi auguro non divenga una sorta di Gazzetta Ufficiale del suo Governo, avendole dato molti collaboratori) quello che seppellisce la partitocrazia. Il suo, al contrario, è un Governo che deve tenere al riparo per un certo periodo di tempo, dall’indignazione della gente, i partiti, i suoi massimi esponenti, il sistema politico nell’espressione più vera del termine. Lei si presta, credo consapevolmente (non le voglio fare offesa di acume o di intelligenza), ad esercitare tale ruolo di supplenza nella speranza o nell’attesa che venga meno quell’indignazione che c’è nel paese reale nei confronti del potere e, in particolar modo, della politica; un’indignazione che sarebbe emersa chiara se si fosse andati ad elezioni subito dopo il voto che in quest’aula ha negato le autorizzazioni a procedere contro l’onorevole Craxi e che il suo Governo è sostanzialmente chiamato, in qualche modo, a tacitare.Più che il liquidatore fallimentare di un regime moribondo, mi pare che il suo Governo sia una sorta di commissariamento straordinario.

Vi è una volontà esplicita del Capo dello Stato e un’adesione dei partiti; mai, come in questo momento, i partiti sono vicini al Presidente del Consiglio. La maggioranza che il suo Governo, Presidente Ciampi, avrà in quest’aula, a conti fatti raggrupperà l’85, il 90 per cento delle forze presenti in Parlamento. Credo che sarà facile far capire agli italiani che non può essere un governo antipartitocratico quello che ottiene la fiducia dell’85 per cento (e forse più) dei presenti in Parlamento e, quindi, dei rappresentanti delle forze politiche. Il suo è un Governo che, anziché tendere all’archiviazione di un sistema, cerca di garantirne la continuità. E lo dimostrano gli unici due punti del suo programma. Non voglio in questa sede, anche perché l’hanno fatto altri colleghi, indicare puntigliosamente ciò che non c’era. Era di tutta evidenza che tante cose non dovevano e non potevano esserci, ma due, al contrario, dovevano esserci e puntualmente c’erano. Cosa vuol dire garantire ad un sistema politico la continuità, se non dare certezza che non verranno modificate sostanzialmente le linee strategiche della politica economica non del precedente, ma di molti governi dell’ultimo periodo? Cosa vuol dire garantire la continuità, se non puntare unicamente su quella che è diventata la questione che consente al suo neonato Governo di avere un’ampia maggioranza, il compito esclusivo di fare la legge elettorale?

Ho già detto in quest’aula, e ripeto, che prendiamo atto degli esiti del referendum del 18 aprile. Ma chi chiede che si faccia unicamente la legge elettorale non è il nostro popolo. Penso di non dire cosa errata affermando che la gente ha votato perché voleva la legge elettorale, però la gente ha votato «si» o «no» perché voleva anche un profondo cambiamento; sono i partiti che bloccano il discorso delle riforme unicamente sulla questione della legge elettorale. Quest’ultima viene vista dai partiti – non dagli italiani – come un modo, per alcuni, di andare alle urne quanto prima e fare il pieno di voti, per altri come un modo di andare alle urne e limitare i danni, per altri ancora come un’occasione per cominciare a discutere e rinviare quanto più possibile il momento in cui gli elettori si potranno pronunciare. Se il suo Governo, Presidente Ciampi, avesse nel programma obbedito un po’ meno a quelli che erano non i voleri, ma direi quasi gli appunti del Capo dello Stato, ed alle esigenze di partiti, e quindi avesse posto non soltanto il tema della riforma della legge elettorale in senso maggioritario, ma anche quello di una riforma della legge elettorale che desse vita ad una prima, vera riforma istituzionale (perché questo era ed è lo spirito del rinnovamento), molto probabilmente lei avrebbe avuto in quest’aula una maggioranza assai meno ampia ma sarebbe venuto meno al compito cui è delegato. Un compito che consiste, sostanzialmente, nel varare la legge di riforma elettorale maggioritaria dimenticando che, se si rimane nell’ambito di una legge elettorale maggioritaria senza dar corso a riforme di politica istituzionale, non solo non si cambia il sistema, ma si garantisce unicamente ai partiti di giocare le carte secondo il loro tornaconto.

La conclusione che vede il Movimento sociale italiano convintamente schierato a negarle la fiducia è relativa alla necessità di varare una riforma della legge elettorale in senso maggioritario che porti ad una riforma istituzionale. Il Governo successivo al voto del 18 aprile non poteva dire semplicemente: facciamo la legge elettorale. A nostro giudizio, avrebbe dovuto affermare di voler dare vita ad una riforma istituzionale, ad esempio cominciando a porre il problema dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Il Capo dello Stato non glielo consente e non glielo consentono i partiti. Ecco perché convintamente, nel dirle di esercitare pure il ruolo di supplenza, il Movimento sociale italiano le nega la fiducia.

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