Un giorno da Sallusti

By Michele Di Lollo

settembre 27, 2012 politica

Il risveglio è un incubo. Appena accendi il telefono ed entri su Twitter, si moltiplicano le reazioni degli utenti: dal pizzaiolo ai liberi professionisti, fino agli addetti ai lavori, lor signori giornalisti. Clicchi sull’hashtag #siamotuttisallusti e, da aspirante cronista, speri di trovare frasi di solidarietà, rabbia e rancore verso un sistema al limite del grottesco. Ma ti accorgi ancora una volta di non aver capito niente: l’uomo qualunque brama sangue e appena può condanna senza pensarci troppo. La chiacchiera inutile non muore mai. La voce, troppo spesso, è fuori controllo e spara a zero. Vedi che c’è gente che giustifica il carcere semplicemente, perché disprezza quel modo di fare giornalismo. La legge si fa giudizio personale. Roba che fa ribrezzo.

Scorrendo la timeline restano impressi i tweet più disgustosi: @dhcmrlchtdj dice: “Siamo tutti Sallusti tua sorella”. @aberton70 tiene invece a puntualizzare: “Verifichi le fonti prima di scrivere” (peccato che l’articolo incriminato non venne redatto da lui, ma da Renato Farina). “Gli sta bene”, afferma @Marghe_cantiere e continua: “Siamo tutti Sallusti sto c***o”. Per @Lady_ofShalott_ “è solo un lecca culo”, mentre il @popoloviola sentenzia educatamente: “No grazie, non siamo come lui”. Non è verso l’utente comune che provi disprezzo, dopo tutto sono reazioni comprensibili. È chi ha l’arroganza di sentirsi e firmarsi giornalista che non perdoni. Chi parla di decisione doverosa, riuscendo finalmente a sfogare un odio ad personam, senza riflettere sulla vera natura della vicenda.

Molti di loro praticano un altro stile di giornalismo. Quello perbenista alla Massimo Giannini ad esempio. Vicedirettore di Repubblica, ben vestito, ben pensante, intollerante quanto basta per essere considerato “il giusto” della carta stampata. Uno con la verità in tasca come quando definisce “un lupanare di tutti i colpevoli” la classe dirigente del Lazio. Affidabile, preparato e supportato da numeri su numeri, attacca chi governa, soprattutto se chi governa è a destra e questo piace alla massa che lo applaude. In un paese dove se sei liberale e non sei di sinistra trovi difficoltà a farti un nome rispettabile è l’odio a fare la differenza. E chi se ne frega della stupidità o dell’opportunismo.

Alessandro Sallusti è di altra stoffa. È uno con le palle e quanto deciso dalla Quinta sezione penale della Cassazione non cambia nulla. Sguardo torvo, testa rasata quando scrive sembra di assistere a un scambio di opinioni serrate, ruvide al bancone del bar di quartiere. Tra gente comune. E fa sorridere realizzare che siano proprio loro, ora, a scaricarlo per primi. Senza scendere in riflessioni sociologiche, inutilmente pretenziose, noti che la democrazia web social-popolare non fa sconti e orizzontalmente spara in cerca della vittima sacrificale, senza riflettere. Anche quando in ballo ci sono diritti imprescindibili per uno stato di diritto, anche se in gioco c’è la loro stessa libertà. Poco male, ma per chi scrive non ci sono dubbi: meglio un giorno da Sallusti che cento da Giannini.

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