Le regioni divorano miliardi

By Redazione

settembre 27, 2012 politica

Un costo medio di 750mila euro l’anno per ognuno dei seggi di ciascun consiglio regionale italiano. Tanto per citare qualche numero, 1.111 consiglieri regionali in tutta Italia, dai 30 della Basilicata, che ne ha quanti il Molise, ai 90 della Sicilia, che ne ha dieci in più della Lombardia e addirittura 30 in più del Piemonte. Le province autonome di Trento e Bolzano, messe assieme, contano 70 consiglieri, uno in meno della Regione Lazio. Gli abitanti però sono appena un milione, ovverosia meno della metà della sola Roma. A fare le moltiplicazioni per vedere quanto costino i consigli regionali, si rischia addirittura di esaurire le cifre disponibili nella calcolatrice. Sono più di 830milioni di euro, in ogni caso.

Ogni anno, beninteso. Poi ci sono le spese del complesso amministrativo direttamente collegato alle poltrone. E poi ancora ci sono quei costi della politica regionale lievitati del 98% nell’arco di un decennio, dai 452,6 milioni del 1999 agli 896,7 del 2010. Senza dimenticare le spese per studi e consulenze esternalizzati: in media, 950 euro per ciascun cittadino italiano. Sono questi i numeri sciorinati ieri dal Sole 24ore. Sono solo uno degli aspetti della macchina mangiasoldi regionale. Come riferisce anche l’ultimo studio effettuato dalla Cgia di Mestre sui costi degli enti locali, tra il 2000 e il 2010 le regioni italiane hanno aumentato le loro spese di ben 89 miliardi di euro. Tanto per fare un paragone, la manovra “Salva-Italia” decretata dal governo Monti per riassestare i disastrati conti pubblici nazionali ammontava a poco più di 33 miliardi. Ed è bastato che ammontasse a poco più di un terzo del rincaro dei costi delle regioni dell’ultimo decennio perché da “Salva Italia” venisse ribattezzata “Lacrime e Sangue”.

Dodici anni fa le regioni costavano già al contribuente qualcosa come 120 miliardi l’anno, oggi ne costano quasi 210. A fare impressione, tanto nei numeri pubblicati dal principale quotidiano economico d’Italia quanto in quelli diffusi dall’associazione delle pmi mestrine, sono proprio le spese per la macchina amministrativa. Quella che comprende assessorati, dipartimenti, uffici, sportelli. L’altra faccia della politica regionale, insomma. Per quasi tutte le regioni, comprese le province autonome di Trento e Bolzano, la voce “Amministrazione generale” (ovverosia gli stipendi del personale amministrativo, escluso quello impiegato nella sanità e nella formazione, e le spese per la sicurezza e il funzionamento della macchina burocratica) compare tra le prime tre nel comparto delle uscite. Facendo una media nazionale, la spesa per il mantenimento dell’amministrazione generale figura al secondo posto, con 12,5 miliardi di euro l’anno.

Quasi quanto si spende per i trasporti. Per la Valle D’Aosta, nel 2010, è stata addirittura la prima: 382 milioni di euro spesi, il 22,7% del totale, per un costo pro capite di 2.988 euro. E gli abitanti non raggiungono la soglia dei 130mila. Chi spende di più in valore assoluto è però la Sicilia: 2,3 miliardi di euro bruciati nel 2010, quasi il doppio di quanto destinato allo sviluppo economico, ovvero i contributi per industria, artigianato e commercio, e ai finanziamenti all’agricoltura e al turismo. Già, lo sviluppo economico. Ecco un altro settore nel quale la macchina regionale riesce a togliere anche quando da l’impressione di dare. Due casi emblematici sono quelli di Emilia Romagna e Lazio. Una regione del nord, amministrata dal centrosinistra, e una del centro, amministrata dal centrodestra. Entrambe con una forte vocazione produttiva.

Nel 2010 (i dati sono sempre quelli forniti dalla Cgia di Mestre), l’Emilia Romagna ha investito nel sostegno all’impresa, allagricoltura e al turismo 541 milioni di euro, il Lazio 836 milioni. Sul fronte della sanità, però, l’Emilia Romagna ha speso quasi 9,2 miliardi di euro, il lazio 14 miliardi. Qual è il collegamento tra le due voci? l’Irap, l’Imposta regionale sulle attività produttive, la tassa dal meccanismo perverso che vede aumentare le aliquote parallelamente all’aumento degli investimenti e delle assunzioni operate dall’impresa. Più l’azienda crea posti di lavoro, più paga. Più l’azienda si espande, e compra nuovi macchinari per incrementare la produzione, più paga. Tanto per fare un esempio pratico, su una busta paga netta di 2mila euro, l’imprenditore può arrivare a pagare di tasca propria alla regione circa 190 euro di Irap.

E con la famigerata Irap, le regioni vanno a coprire fino al 40% e oltre delle spese sanitarie. L’aliquota, stabilita al 4,25% nel 1997 e ridotta al 3,9% nel 2008, deve obbligatoriamente essere aumentata dell’1% nel caso in cui la regione sfori il tetto di spesa sanitaria. Abruzzo, Campania, Lazio, Molise e Sicilia le regioni in cui si paga di più, perché già avevano stabilito l’aumento prima del 2008, quando ancora era in vigore la vecchia aliquota del 4,25%. Insomma, ancora una volta con una mano si allunga un contentino, e con l’altra si depreda i più meritevoli (quelli che più investono e più assumono) per tappare i buchi di un servizio sanitario che quasi ovunque si dimostra inadeguato e inefficiente.

Ancora una volta, nelle regioni così come a livello nazionale, sono cittadini e imprese a pagare per la malamministrazione di chi non rinuncia a vivere al di sopra delle proprie possibilità, sulle spalle degli altri.

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