Il ritorno di Berlusconi

By Redazione

settembre 26, 2012 politica

Guardi le sue tv e leggi i giornali di famiglia e ti rendi conto che la strategia elettorale del Cavaliere è scelta, la linea tracciata. A prescindere dalla candidatura o meno. Tutto questo parlare dello spirito del ’94 non ha solo a che fare con i programmi, ma anche con l’impostazione della campagna. Certo Silvio Berlusconi è determinato a rilanciare le parole d’ordine che l’hanno reso famoso, gli hanno permesso di sconfiggere la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto e conquistare a furor di popolo per ben tre volte Palazzo Chigi.

E quindi: meno tasse per tutti, via i lacci e lacciuoli che frenano la libera impresa e l’energia del paese, via anche il finanziamento pubblico ai partiti. Parole d’ordine che hanno sempre avuto un certo appeal. E che sono capaci ancora oggi di mobilitare il popolo del centrodestra. A maggior ragione ora che i rappresentanti delle istituzioni pubbliche si dimostrano così avidi e corrotti da non rendersi conto di quanto strida il loro bengodi con la crisi nera che attanaglia la vita quotidiana delle famiglie. Berlusconi ha sempre saputo, meglio di ogni altro, intercettare gli umori del paese e sintonizzarsi con la sua pancia più profonda. Una pancia che oggi esprime malcontento e rabbia per la brusca frenata al trend del tenore di vita. Gli italiani hanno sempre costantemente cambiato in meglio da quando è finita la seconda guerra mondiale.

Ora, da un paio di anni, non è più così. La marcia indietro, le rinunce, il senso d’impotenza cominciano a farsi sentire. Il risentimento cresce e sceglie come forma di espressione quella del rifiuto totale della politica, dello sfogo distruttivo. Decretando il successo – finora solo alle amministrative e nei sondaggi – di chi meglio riesce a intercettare questa ribellione. A cominciare dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo con le piazze gridate e la rete internet trasformata in pozzo nero di ogni frustrazione. Che l’onda sia reale non c’è da dubitare: il sentimento di antipolitica sta raggiungendo livelli simili a quelli del 1992. E le antenne di Berlusconi lo hanno registrato benissimo.

Di qui lo studio accurato, da parte dello staff del Cav, del fenomeno Grillo e del suo successo. Compiuta l’analisi, la campagna elettorale di Berlusconi è cominciata. Leggendo i giornali di famiglia e guardando le sue tv appare chiara la direzione che il fondatore del Pdl ha scelto. Prima ancora degli antichi slogan, ha rispolverato la vecchia tecnica di assalto. Perché il popolo di destra – in Italia come nei maggiori paesi occidentali – è sempre stato un po’ populista e ora è anche parecchio arrabbiato. Per riconquistarlo, pensa Berlusconi, occorre dargli in pasto quel che chiede: la vecchia politica-politicante, con i suoi sperperi assurdi, i suoi privilegi, le sue clientele, la sua arroganza.

E tornare a predicare lo stato minimo, raccontando se stesso come il paladino della libertà d’impresa, dell’iniziativa privata, dell’ottimismo nelle capacità del popolo italiano. Tutto giusto, tutto bello. Rottamare la stato onnivoro è di certo un ottimo progetto che in molti avevano sposato nel 1994. E forse è proprio questo l’unico messaggio che il popolo del centrodestra è disposto ancora ad ascoltare. Ma un problema rimane: cavalcare lo sdegno anti-casta per poi proporsi come rottamatore del vecchio e costruttore del nuovo, è un gioco che funziona. Quando sei vergine per la politica.

Ha funzionato per Berlusconi nel 1994. Ma se il candidato rivoluzionario è quello che cavalca la scena da 18 anni, senza peraltro riuscire a imprimere una vera svolta, corre due rischi: ha poche chance di essere creduto e un’alta probabilità di essere travolto dalla stessa furia distruttrice che nutre e cavalca.

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