Tra Petronio e Trimalcione

By Redazione

settembre 25, 2012 politica

Dicono che Roma sia eterna perché i suoi vizi non tramontano mai. Non è un caso se qui si parla di Petronio, Trimalcione e di Gaio Licinio Verre. Non si può non amare Petronio, eppure c’è un peccato di ipocrisia che quando pensi al Satyricon ti brucia dentro. Petronio è lì perché appartiene a quel mondo. Solo che dopo aver mangiato e goduto come tutti gli altri, siccome è l’arbiter elegantiae si pulisce le dita e comincia a infangare il suo ospite. Si gode la festa del nuovo ricco, liberto, grasso e sudato, e poi si lamenta di tutta quella volgarità: Roma come un film di Vanzina.

È il vizio degli intellettuali raffinati che partecipano al banchetto del potere, quelli che per prendere le distanze dal Trimalcione di turno si appellano al tribunale dell’estetica. È una debolezza in cui rischia di cadere anche Aldo Grasso nel commento di ieri sul Corsera «La fine dell’impero romanesco. Se lo sfacelo è anche estetico». Grasso parla del toga party omerico del consigliere regionale Carlo De Romanis. Ma si può mettere alla gogna Trimalcione per manifesta cafonaggine? Petronio lo fa, Grasso pure. Il problema è che il giudizio estetico salva i ladri eleganti, quelli che sfuggono al principio di Lombroso. De Romanis ha tutto il diritto di festeggiare la sua elezione, a casa sua, come meglio crede.

La domanda è un’altra: chi ha pagato il festone? Se con i soldi pubblici il consigliere regionale avesse finanziato la cena raffinata di un clientes in odore di Premio Strega non sarebbe per questo meno colpevole. L’estetica non condanna e soprattutto non assolve. La triste verità e che Petronio e Trimalcione appartengono alla stessa casta. Quello che bisogna invece capire è se Petronio e Trimalcione sono come Verre, il propretore della Sicilia che Cicerone fece condannare per concussioni e ruberie. Verre era un ladro, Trimalcione un cafone. Petronio invece era un cortigiano di Nerone che riscattò con il suo suicidio da uomo libero una vita a raccattare i frutti del potere. Lo assolve la morte, non l’eleganza.

il Giornale

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