Renzi esiste grazie alle primarie

By Redazione

settembre 23, 2012 politica

Nel Pd esiste Matteo Renzi perché esistono le primarie. La questione, che molti osservatori tendono a ribaltare, va posta in questi termini. Le consultazioni dei simpatizzanti Democratici hanno seguito spesso regolamenti goffi e arzigogolati, hanno prestato il fianco ad impicci e imbrogli come a Napoli, in molti casi si sono rivelate un boomerang per il Pd, come insegna – ultimo fra tanti – il caso di Genova. Ma uno come Renzi ha potuto risalire il vischioso organigramma del partito solamente perché a Firenze si sono tenute le primarie. Senza una consultazione della base non sarebbe mai diventato primo cittadino del capoluogo toscano, e non si sarebbe mai trovato a sfidare il segretario per la premiership.

È un’analisi semplicistica, che non tiene conto della necessità di molta parte dei Democratici di rinnovarsi, di un momento politico nel quale tutto ciò che si presenta come novità ha facilità di penetrazione nell’opinione pubblica e del fiuto politico del personaggio. Ma quando si parla della necessità di rinnovare i metodi di selezione della classe dirigente, non si fa altro che riferirsi a meccanismi semplici, come quello delle primarie. Sulle quali il Partito democratico, pur tra tentennamenti e fatiche, ha deciso di scommettere, ritrovandosi ad attraversare periodi di vivace discussione e dibattito interno, come quello che sta vivendo oggi. Che poi sia fecondo, sarà responsabilità della classe dirigente.

È indubbio che quel che sta smuovendo il campo avversario interessi anche chi dirige o milita sull’altra sponda del fiume. Renzi fa colpo su buona parte di coloro che simpatizzano per il centrodestra anche, se non soprattutto, per quell’urgenza di novità che i quadri intermedi e della base avvertono nei confronti del Pdl, avvitato nell’ozioso dibattito sulla possibile ricandidatura di Silvio Berlusconi.

Inoltre, il sindaco di Firenze sfida da destra, con argomentazioni liberal (termine da intendersi nella sua accezione anglosassone) il segretario che fu eletto promettendo una netta svolta a sinistra rispetto alla gestione veltroniana. Da qui a sostenerlo ai gazebo perché persuasi dalla sostanza delle idee renziane, il passo è lungo. Ma il fascino della novità, unito alla tentazione di terremotare la vecchia dirigenza del Pd, potrebbe indurre più d’un pidiellino a uscire di casa in una domenica di fine novembre. Nell’attesa (forse vana) di primarie colorate d’azzurro.

(ilFoglio)

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