Il suicidio dei partiti

By Redazione

settembre 20, 2012 politica

Dopo la ex Margherita ora il Pdl. Pare che i magistrati abbiano preso gusto a mettere il naso nella vita dei partiti. Arrampicandosi sugli specchi della “natura pubblica” dei fondi provenienti da rimborsi di spese elettorali (che per essere “rimborsi” sono passati nella borsa privata dei partiti stessi) e valendosi della grottesca deformazione delle funzioni del pm che, in vista della eventualità di un futuro esercizio dell’azione penale, secondo il codice di procedura “democratico” (del 1989) può andare alla “ricerca” di “notizie di reato”.

I pm indagano per accertare che i fondi provenienti da rimborsi elettorali ai partiti abbiano effettiva destinazione alle necessità dei partiti stessi, come se il rimborso, benché tale, avesse una “destinazione d’uso” particolare che non sia il ripianamento delle spese, che è destinato a compensare, ma, invece, in considerazione della successiva attività del partito rimborsato. Una deformazione concettuale che consente di mettere sotto tutela i partiti politici, di sficcanasare nella loro vita, nei loro “interna corporis”, sopprimendone così l’autonomia. Che si tratti di un assurdo sembra che nessuno se la senta di ammetterlo e tutti si rifugiano dietro lo “scandalo” dell’uso “improprio” dei soldi – oramai privati – per scopi “strani”.

Ma basta una considerazione: se con i soldi del partito l’amministratore, “va a puttane” prima delle elezioni, poi smette di andarci perché deve affrontare le spese elettorali, come non commette peculato prima, non lo commette quando, ottenuto il rimborso, riprende l’usuale sollazzo con i soldi “rimborsati” dallo stato, cioè “tornati” al primitivo sollazzevole uso. C’è da dire che tra i casi precedenti e quelli attuali c’è un forte aggravamento di questo carattere arbitrario di consimili operazioni. Nel caso clamoroso dei venti milioni della Margherita svaniti nelle tasche dell’amministratore ci si trovava, almeno, di fronte ad un reato di appropriazione indebita aggravata.

Nel caso dei fondi “regionali” del Pdl, stando a quel che riferiscono giornali e televisioni, si è passati invece alla contestazione del reato di peculato, che presuppone in chi lo commette (nel caso l’amministratore del partito, associazione di fatto privato) la qualità nientemeno che di “pubblico ufficiale”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *