L’odio cinese per Tokyo

By Redazione

settembre 18, 2012 Esteri

Mentre in tutto il Medio Oriente si scatena l’odio contro gli Stati Uniti, nelle città della Cina si scatena quello contro il Giappone. Il pretesto, in questo caso, è un arcipelago di 5 isole e 3 scogli: le Senkaku. È difficile anche cercarle sulla carta geografica. Eppure la lite sul loro possesso suscita l’odio delle piazze. Specie nelle ricorrenze: il 18 settembre 1931 avveniva l’incidente di frontiera di Mukden che diede inizio alla lunga e sanguinosissima guerra sino-giapponese (1931-1945), centrale nella storiografia cinese, sia nazionalista che comunista. Che le Senkaku siano solo un pretesto si deduce, non solo dalla loro irrilevanza territoriale, demografica (sono deserte) e politica, ma anche per lo scarso interesse economico che sinora hanno suscitato.

Possibili giacimenti di gas e petrolio furono indicati sui loro fondali già nel 1969 dalla commissione economico-sociale delle Nazioni Unite. Eppure, da 33 anni a questa parte, non hanno mai generato una tensione simile. Non si tratta neppure di territori dal forte significato tradizionale, come era, ad esempio, il Kosovo per i serbi. Le Senkaku non sono mai state teatro di battaglie o eventi degni di nota. Da un punto di vista storico, la loro appartenenza al Giappone non pare dubbia. Furono annesse da Tokyo nel 1879, senza colpo ferire, assieme a tutto l’ex regno insulare delle Ryukyu.

Da allora sono sempre state parte integrante del territorio nipponico, con l’eccezione di una provvisoria occupazione americana dal 1945 al 1972. Da un punto di vista giuridico, sono tuttora formalmente proprietà privata della famiglia Kurihara, che le acquistò all’inizio degli anni settanta dagli eredi dell’imprenditore Koga Tatsuhiro, l’unico che le sfruttò economicamente (installandovi un impianto ittico) dal 1900 al 1940.

La Cina vanta diritti molto più antichi (e dubbi) sul piccolo arcipelago, che Pechino chiama Diaoyu. Quel gruppetto di scogli sarebbe stato annesso assieme all’isola di Formosa (l’attuale Taiwan) nel XVII Secolo. Ma proprio per questo motivo, è Taiwan che le dovrebbe rivendicare. E in effetti le rivendica: il governo di Taipei le chiama Tiaoyu e le considera parte del proprio territorio nazionale. Però, siccome il regime di Pechino considera anche Taiwan come parte del proprio territorio (formalmente è una “regione ribelle”), allora vi include pure le Diaoyu/Senkaku/Tiaoyu.

La causa immediata dell’esplosione di violenza è l’annuncio ufficiale dell’acquisto delle isole da parte del governo nipponico. Se non lo avesse fatto il governo centrale, le avrebbe comprate (la colletta era già in corso da mesi) il governatore di Tokyo, Shintaro Ishihara. Paradossalmente la mossa del governo Noda era intesa come un gesto per placare le acque e contenere i pruriti nazionalisti di Ishihara e i suoi. Ma l’effetto è stato quello di alimentare il nazionalismo dei cinesi.

La causa di questa improvvisa fiammata, tuttavia, può ben essere individuata all’interno della Cina e non nei rapporti con il Giappone: il mese prossimo avverrà il ricambio della classe dirigente di Pechino. Ogni fazione usa la carta del sentimento patriottico per creare un contatto emotivo con il popolo che andrà a governare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *