La politica in “technicolor”

By Redazione

settembre 18, 2012 Cultura

Gabriele Maestri nel 2008 si laurea in giurisprudenza occupandosi principalmente di pluralismo nella radiotelevisione e dal 2009 è dottorando in Teoria dello Stato presso la Facoltà di Scienze Politiche all’Università “La Sapienza” di Roma. Nel frattempo, però, ha trasformato un’altra sua passione in un libro: “I simboli della discordia”, edito da Giuffrè.

Nel libro si parla dell’uso del tricolore, limitato fino alla metà degli anni ’90 ed esploso subito dopo, si discute sull’uso del fascio littorio da parte del Movimento fascismo e libertà e della sua legittimità costituzionale; si ripercorre la querelle recente sul simbolo del Pdl tra Fini e Berlusconi e vi è pure un breve focus sui simboli leghisti, da Alberto da Giussano, secondo alcuni media nelle mani del Cavaliere, al “sole delle Alpi”.

Si tratta di un libro che nasce essenzialmente dalla curiosità di capire quali regole effettivamente stanno alla base della nascita di un simbolo, e che porta per certi aspetti alla sorprendente scoperta che non vi sia tutt’oggi una legge che ne disciplina l’uso, ad eccezione di qualche breve e limitato cenno normativo, sotto il periodo delle elezioni, sebbene in Italia i simboli dei partiti vengano utilizzati durante tutto l’anno. Abbiamo intervistato Gabriele Maestri, autore di “I simboli della discordia”.

Sia sul piano tecnico che storico non esiste un’opera come la tua. Ci puoi parlare degli aspetti che la rendono unica?
Innanzitutto, l’argomento dei simboli o meglio dei contrassegni dei partiti meritava a mio avviso di essere trattato in maniera più approfondita, dal momento che un simbolo può dirci molto a proposito delle scelte e delle strategie che un partito mette in campo per conquistare il proprio elettorato di riferimento. Il partito politico deve offrire una visione in sintonia con i valori del proprio elettorato, e su di esso incombe la responsabilità di riuscire a far sentire che quei valori sono anche i propri. Tuttavia, anche quando il messaggio viene a mancare – tendenza che contraddistingue in particolare gli ultimi 20 anni del panorama politico italiano – il simbolo può comunicare questo “vuoto” o assenza.

Come è evoluto il significato dei contrassegni nel corso dell’ultimo ventennio? Possiamo dire che dalla metà degli anni ’90 in poi, sulla scena politica troviamo dei simboli che comunicano poco sul piano dei contenuti, delle idee e delle ideologie, ammesso che ne esistano ancora: lo dimostra il fatto che vi sia un grande uso dei colori bianco, rosso e verde e naturalmente l’azzurro, il colore della nazionale. Ma utilizzare i colori nazionali significa non comunicare molto di più che l’appartenenza alla propria nazione, un po’ poco per un partito che si candida a governare un Paese. Insomma, attualmente il panorama politico si contraddistingue, a parte pochissimi casi, per l’assenza pressoché totale di contrassegni identitari, e da un certo punto di vista ciò non può stupire più di tanto, data la crescente disaffezione nei partiti da parte dei cittadini. Disaffezione che ha portato in parte al fatto che oggi i simboli (falce, martello, garofano, fiamma, …) non ci sono più, dal momento che sono stati sostituiti dai marchi. Oggi i partiti, a differenza del passato, hanno rinunciato a rivolgersi a una fetta di elettorato in particolare, ed essendo venuto meno il significato più autentico del partito, i valori, gli ideali, le idee, e la fede che esso rappresenta, è rimasto solo il marketing: non a caso, sono le agenzie pubblicitarie che oggi si occupano di fare le campagne elettorali dei partiti.

E’ il marketing dunque che stabilisce i destini di un contrassegno?
Sì. Venendo meno le ideologie, a mio avviso i valori identitari di una volta e la fede “cieca” in un partito sono stati sostituiti da un culto molto personalistico della politica, al punto che molto spesso nei contrassegni, da un certo momento in poi, entra addirittura il nome del candidato o della persona. Se per diverso tempo si è ritenuto che questo non fosse possibile, oggi non ci scandalizziamo più di ritrovare il nome del candidato premier sul contrassegno. Ma quei valori del passato sono stati sostituiti anche da altro. Spesso infatti ritroviamo logiche di puro marketing, a tale proposito non è un caso che gli stessi simboli, che un tempo venivano elaborati dagli uffici grafici dei partiti, oggi vengano curati direttamente dagli uffici marketing e pubblicità, scegliendo i colori e i tratti distintivi. Con queste premesse fa il suo ingresso nel 1994 il partito “Forza Italia” di Berlusconi: da qui in poi vale il “teorema della saponetta”, per cui certamente i partiti non sono saponette, ma a parlarne per mezz’ora lo diventano di sicuro.

Puoi raccontarci qualche aneddoto relativo alla storia dei contrassegni che affronti nel tuo libro?
I partiti politici in Italia, non essendo soggetti e disciplinati ad alcuna normativa, spesso hanno un tasso di litigiosità altissimo. Quella che desta più scalpore è sicuramente la storia dello scudo crociato della Democrazia Cristiana, dal 1994 ad oggi oggetto di diverse dispute causate: tutto nasce dalle spaccature che vi sono state all’interno della DC e che hanno portato alla nascita di una miriade di partiti e partitini che ancora oggi rivendicano l’originaria appartenenza. È difficile stabilire il numero dei partiti che in questo momento pretendono di utilizzare qualche forma di scudo. Addirittura ve ne sono almeno tre che continuano a utilizzare contemporaneamente lo scudo crociato e il nome «Democrazia cristiana», ognuno naturalmente ritenendo che l’altro sia un mistificatore; lo scudo resta poi sul simbolo dell’Udc, che lo ha mantenuto anche dopo aver tolto il nome di Casini dall’emblema.

Quali sono gli altri simboli più contesi dopo lo scudo crociato?
Sicuramente la falce e martello e la fiamma tricolore. Due contrassegni agli antipodi ma la cui storia processuale e politica è stata pressocché identica. Tanto alla fine della storia del PC, quanto alla fine del Movimento Sociale, vi è non solo un cambiamento di nome – con l’avvento del PDS da una parte e di Alleanza Nazionale dall’altra – ma pure una minoranza all’interno di entrambi i partiti che non è d’accordo con il nuovo assetto e fonda un nuovo soggetto in continuità politica con l’esperienza precedente: questi ultimi rivendicano per sé il nome e il simbolo tradizionali, ma i giudici gli hanno sempre dato torto, essendo soggetti nuovi e diversi. Inoltre, non sono stati meno contesi i contrassegni del Garofano dei socialisti e il Sole Nascente dei socialdemocratici. Insomma, di storie da raccontare sui contrassegni dei partiti ve ne sono tante, storie di partiti che sembrano in declino, ma che proprio su queste tematiche continuano a litigare.

Alle ultime elezioni si è visto di tutto persino la lista bunga bunga, preceduta nel 2001 dal Partito della Gnocca, è il disvalore della politica l’arma vincente?
E’ difficile capire se la presentazione di questi contrassegni siano tentativi di protesta o boutade, o se vi sia davvero il tentativo di intercettare alcuni voti o anche solo di sottrarli a qualche altro partito politico; forse l’intenzione è anche quella di far notare provocatoriamente fino a che punto la legge italiana permetta di spingersi e di osare. Di fatto la «Lista bunga bunga», in particolare, è stata presentata quest’anno in vari comuni di Asti e Cuneo e probabilmente ben pochi sanno che nelle politiche del 2001, ben prima dello scandalo Ruby, un signore, forse un commercialista romano, aveva presentato il partito della Gnocca, il cui simbolo fu bocciato non tanto per l’utilizzo di quella parola, quanto perché questa venne posta sullo stemma della Repubblica Italiana, un reato da codice penale.

Ultimamente poi sono stati accertati dei casi che confermano la distanza tra quello che la gente crede del simbolo del partito e quello che è davvero, come il caso della Margherita. Che ne pensi?
La mancanza di una legge di regolamentazione dei partiti è uno dei motivi per cui si è avuto il caso Lusi (Margherita). Un avvenimento che ha ricordato agli italiani che non è sufficiente che un partito sia politicamente inattivo per scomparire sul piano giuridico. La Margherita ha concluso la sua attività nel 2008, quando è nato il PD, eppure quel partito esiste ancora, poiché in Italia chiudere un partito è maledettamente difficile. Innanzitutto occorre aver chiuso tutte le pendenze giudiziarie: il contenzioso con un dipendente, ad esempio, è uno dei motivi che impedisce al partito di chiudere, in più deve aver riscosso tutti i crediti, così come i contributi elettorali e i rimborsi. Ecco perché Lusi era ancora tesoriere della Margherita, così come i Demoratici dell’asinello di Parisi hanno ancora la sede in piazza Santi Apostoli a Roma. A mio avviso tutte queste regole andrebbero riviste, credo sia corretto innanzitutto non continuare a far esistere un partito che tutti i cittadini credono morto. Su questo bisognerebbe senz’altro intervenire con una legge seria che cerchi di dare delle regole ai partiti.

Credi sia possibile una legge seria in Italia che regolamenti la vita dei partiti?
Mi auguro di cuore che i partiti intraprendano prima o poi la strada che li porti verso questa direzione. La nostra Costituzione all’articolo 49 del resto parla dei partiti e afferma che essi devono concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Tuttavia, i partiti hanno sempre detto che il metodo democratico si riferisce alla competizione tra di loro e non anche alla cosiddetta democrazia interna, cioè a tutte le procedure relative alla presa di decisione per la selezione delle candidature e ai diritti e doveri degli iscritti. Ad oggi però non esiste nessuna regola per la fondazione e la costituzione di un partito, le sue vicende interne, sull’adozione e cambiamento di nome e di simbolo e nemmeno sulla sua chiusura. Tra un partito e una bocciofila, purtroppo, per la legge non vi è alcuna differenza: per superare anche questa situazione, ho dato il mio piccolo contributo scrivendo per il deputato del Pd Sandro Gozi, con l’appoggio della community «Insieme per il Pd», una proposta di legge che andava proprio in questa direzione e cerca di essere il più completa possibile nel regolare il mondo dei partiti.

Come vedi il futuro dei partiti e dei contrassegni?
Per quanto riguarda il futuro dei contrassegni dei partiti, credo che sia difficile invertire la tendenza partita nel 1994, con l’esplosione dei marchi, del prevalere dell’aspetto distintivo rispetto a quello identitario del partito, e dell’impossibilità di trovare nel futuro prossimo un emblema che raccolga un “mondo” intrinseco di significati e di valori come ai tempi della falce e martello. Credo che nel futuro i simboli non saranno molto diversi rispetto a quelli che abbiamo adesso; vi è qualcuno che ne auspica l’abolizione, ma la tradizione in Italia è dura a morire. Quanto al futuro dei partiti, ritengo che se si avesse il coraggio e il buon senso di stabilire delle regole valide per tutti, con maggiori garanzie di democrazia interna, essi potrebbero diventare lo strumento per riavvicinare i cittadini e i più giovani ai fatti della politica e al difficile compito di prendersene “cura” partecipando.

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