I referendum del Pd senza regolamento

By Redazione

settembre 18, 2012 politica

Civati sta promuovendo la raccolta di firme per sei quesiti su programma e alleanze riservati agli iscritti del Pd e chiede che si votino in contemporanea alle primarie. La direzione del partito, però, non ha mai approvato il regolamento per quelle consultazioni e, finora, nessuno l’ha fatto notare. 

Che le parole rimangano solo se sono scritte, è cosa nota e, per quanto è lecito immaginare, dovrebbe valere anche in politica. Così, ad andare sul sito www.referendumpd.com, si trova il testo delle sei proposte di referendum interni presentate da un gruppo di iscritti al Partito democratico, con Giuseppe Civati in prima fila. La cosa dovrebbe fare piacere: si sono messe per iscritto domande su questioni importanti, dal matrimonio omosessuale al consumo di suolo, dalla riforma fiscale al reddito minimo, dall’incandidabilità di determinati soggetti alla partita delicatissima delle alleanze.

Eppure c’è un problema di fondo, che non si può superare a cuore leggero o – peggio – fare finta che non esista. Se scripta manent, tocca rileggere l’art. 27 dello Statuto del Pd. Che in effetti prevede questi referendum interni quali «forme di consultazione e di partecipazione alla formazione delle decisioni del Partito», anche sulla Rete. Di queste potenzialità, una parte del Pd è ben conscia: la community INSIEME per il Pd, ad esempio, nei mesi scorsi ha effettuato le doparie online sulla legge elettorale e e ha lanciato nei giorni scorsi la costruzione di un wiki-programma per le primarie, proprio sulla base di questo principio, organizzando in proprio ciò che il partito non è riuscito a organizzare finora.

Sempre nell’art. 27, però, sta scritto che lo svolgimento di quelle consultazioni è disciplinato da «un apposito Regolamento quadro, approvato dalla Direzione nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti». A spulciare con attenzione la pagina del sito del Pd in cui sono raccolti tutti i regolamenti del partito, si trova una pletora di documenti, ma non quello che serve per far funzionare i referendum interni: parte dei promotori di questi quesiti siede nella commissione statuto e dell’inesistenza del regolamento dovrebbe essere più che al corrente.

Il gruppo dei promotori – che non ha ovviamente ancora raccolto le firme – propone di svolgere quelle consultazioni contemporaneamente alle primarie; se davvero – a dar retta al responsabile organizzativo nazionale del partito, Nico Stumpo – le primarie si faranno entro novembre, è per lo meno lecito chiedersi come sia possibile, nel giro di due mesi, raccogliere sottoscrizioni pari almeno al 5% degli iscritti, approvare il regolamento per una cosa tanto delicata e compiere tutte le altre operazioni necessarie allo svolgimento del referendum.

Il tutto, mentre si avvicina la campagna elettorale e, in caso di coalizione, il programma andrà necessariamente concordato con gli alleati, col rischio di non poter realizzare in pieno ciò che – in piena legittimità – gli iscritti al Pd avrebbero espresso mediante i referendum. Quel regolamento doveva essere fatto prima (un po’ come la legge che regola i referendum, approvata solo nel 1970 mentre la consultazione era già prevista in Costituzione da 22 anni), ma fare tutto come se ci fosse, senza dire o ammettere che quelle regole non ci sono, non giova a nessuno. Soprattutto agli iscritti del Pd che hanno tutto il diritto di esprimersi in modo pieno e inequivocabile su questioni cruciali per la definizione del programma.

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