I Dem riscrivono la storia

By Redazione

settembre 17, 2012 Esteri

L’attacco di Bengasi ha fatto irrompere la politica estera nel dibattito per le presidenziali americane. La debolezza della dottrina Obama, le difficoltà della strategia statunitense in Medio Oriente, le tensioni con Israele e la sempre più probabile evoluzione drammatica della crisi con l’Iran, spingono repubblicani e liberal ad affilare le lame della polemica anche su questo tema.

La trasformazione della Primavera Araba nel lungo inverno dell’integralismo islamico incredibilmente sottovalutato (ma forse non a caso) dall’attuale amministrazione, sta spingendo Obama ad utilizzare tutti i mezzi per dimostrare d’essere più credibile dei suoi avversari nel garantire la sicurezza nazionale e la protezione dalle minacce terroristiche. E il modo migliore per farlo è dimostrare che gli altri non sanno farlo. Il rischio è di bruciare il grande merito acquisito sul campo di essere stato il Presidente che ha eliminato dalla faccia della terra Bin Laden.

E così, in occasione dell’anniversario dell’11 Settembre, il New York Times, in prima fila nella campagna pro-Obama, ha pensato bene di affidare al suo editorialista Kurt Eichenwald un succoso articolo per dimostrare che l’attentato islamista che nel 2001 causò la morte di 6mila persone, colpì al cuore la più grande democrazia del pianeta e cambiò la storia del mondo, è stata colpa di George Bush. L’articolo, emblematico già nel titolo “La sordità prima della tempesta”, è un atto di accusa netto contro la precedente amministrazione repubblicana.

Eichenwald svela il contenuto di alcuni report non ancora resi pubblici dalla Commissione d’inchiesta sull’11 settembre, che dimostrerebbero come Bush fosse a conoscenza del pericolo già nella primavera, cioè prima di quel 6 agosto 2001, data a cui risale l’unico documento pubblico della Cia che anticipa l’attentanto di Bin Laden: il primo maggio la Cia comunicò alla Casa Bianca la presenza di una cellula terroristica attiva negli Stati Uniti pronta a colpire, ed il 22 giugno un nuovo brief annunciò come “imminente” un attentato.

Non solo, ma Eichenwald raccoglie testimonianze di funzionari dei servizi e mette insieme elementi nuovi accaduti in quelle settimane, secondo lui sottovalutati dai neo-con alla Casa Bianca che li interpretarono come depistaggi per distogliere l’attenzione americana dal vero pericolo: l’Iraq di Saddam Hussein. Il giudizio di Eichenwald è violentissimo: tutto questo «riflette in modo significativo la negligenza più di quanto non sia mai stato reso noto». E conclude: «Gli attacchi dell’11 settembre potevano essere fermati? L’amministrazione Bush ha reagito con tempestività a questi avvertimenti? Non possiamo saperlo, e ciò rende la realtà più straziante».

A voler essere sinceri, la realtà è ancora più straziante e nella polemica politica che è seguita, l’analista Alan Dowd sul magazine conservatore Front Page, ha sottolineato che se Bush ha avuto sette mesi per prevedere il pericolo Bin Laden, Clinton ha avuto oltre sette anni: a partire dal 1993, quando il primo attentato al World Trade Center causò 6 morti e oltre mille feriti. In seguito, l’escalation islamista toccò livelli sempre più violenti, sopratutto dal 1996, dopo la dichiarazione di guerra di Bin Laden agli Stati Uniti che portò all’attentato in Arabia Saudita (19 morti americani e 200 feriti), a quelli del ’98 contro le ambasciate Usa di Kenya e Tanzania (oltre 200 morti e 4000 feriti), a quello del 2000 contro la nave da guerra USS Cole (17 marinai uccisi e 39 feriti).

A questi episodi l’amministrazione Clinton rispose con mandati di cattura internazionali assolutamente inefficaci. Dowd ricorda anche come in questi 7 anni, i servizi di sicurezza americani avessero avuto ben tre occasioni per uccidere Bin Laden, ma Clinton e l’allora Segretario di Stato, Madeleine Albright, non diedero il via libera. Una debolezza ed un’indecisione che Bob Kerrey, eroe di guerra e senatore dello stesso partito di Clinton, ha dichiarato inaccettabili poiché diedero ad Al Qaeda la percezione «di essere liberi di fare ciò che volevano». Insomma «se Bush è stato sordo, Clinton è stato sordo, cieco e muto».

Dowd sottolinea anche che oggi qualsiasi giudizio storico non può prescindere dall’analisi del clima psicologico vissuto allora dagli Stati Uniti. Anche l’accusa a Bush di aver sottovalutato Al Qaeda per concentrarsi sull’ossessione per Saddam Hussein, è confutata dall’analista conservatore: fu Clinton a imporre l’Iraq Liberation Act nel 1998 per predisporre le condizioni di un regime change e a fare, per primo, riferimento alle presunte armi di distruzione di massa negli arsenali iracheni. La verità è sempre molto più complessa di una polemica politica.

I democratici, oggi in difficoltà dopo gli ultimi sviluppi fallimentari della politica estera di Obama, «hanno libri da vendere e la storia da riscrivere». In questo, la sinistra americana non sembra molto diversa da quella italiana.

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