Non abbassare la guardia

By Redazione

settembre 16, 2012 politica

Per la prima volta nella storia dell’Unione Monetaria, Draghi ha spinto la BCE verso un programma per l’acquisto di titoli di Stato senza limiti quantitativi fissati ex ante, con l’esplicito obiettivo di abbassarne il tasso d’interesse. La contropartita per i paesi che richiederanno e beneficeranno degli aiuti sarà la sottoscrizione di un “memorandum” molto stringente: un rigoroso impegno su tempi e modalità delle riforme necessarie a mettere in sicurezza i conti pubblici nel lungo periodo. Come ha chiarito lo stesso Draghi, “se non vi è aderenza con gli aggiustamenti richiesti, la Bce terminerà i suoi interventi”, che saranno quindi discrezionali ma allo stesso tempo subordinati al triplice controllo/verifica da parte della stessa BCE, del FMI e di Bruxelles.

Il programma messo in piedi dalla Bce avrà importanti conseguenze sia sul lato economico/monetario sia su quello politico. Fin qui, l’elevato costo sostenuto per il rifinanziamento del debito pubblico ha spinto molti paesi, fra i quali il nostro, verso le riforme; per limitarci al nostro caso, non è difficile immaginare che senza uno spread tanto elevato la riforma delle pensioni, del mercato del lavoro, delle province, dell’art. 81 della nostra Costituzione, non avrebbero visto la luce. Se il nostro Paese farà la richiesta di aiuto, sottoscriverà i relativi impegni, la BCE comincerà ad intervenire sui nostri titoli pubblici, e lo spread si ridurrà; la pressione a proseguire sulla strada delle riforme dipenderà quindi dalla credibilità della “minaccia” della BCE di interrompere gli interventi nel caso l’Italia non rispetti gli impegno assunti.

Draghi sul punto è stato deciso; ma, certamente, questa minaccia ha un problema di credibilità: l’eventuale annuncio di sospensione degli interventi sui bond di una Paese perché questo non mantiene gli impegni assunti, avrebbe l’immediato effetto di far crollare il valore di mercato di questi titoli, e la BCE incorrerebbe in forti perdite in bilancio sui titoli acquistati fino a quel momento. Per evitare queste perdite, la BCE potrebbe diventare indulgente verso i Paesi che non tengono fede ai patti. Ma, se i politici degli stati “aiutati” si attendono questa indulgenza, cosa li spingerà a continuare con le riforme? Non lo spread, a questo punto, calato per effetto dell’intervento della BCE; non la minaccia di far cessare quell’intervento, perché minaccia poco credibile.

Il tema – tanto dibattuto – della credibilità diviene ancor più importante, non meno, quando le banche centrali si spingono oltre il loro tradizionale campo d’intervento. Inevitabilmente il piano della BCE avrà ripercussioni anche sul lato politico, in particolare riguardo all’Italia, ove sono alle viste elezioni politiche generali. Il Governo Monti si trova davanti a un bivio; nel caso faccia la richiesta di aiuto, dovrà sottoscrivere impegni, probabilmente molto dettagliati, riguardo alle riforme da realizzare; quegli impegni vincoleranno anche chi vincerà le prossime elezioni. Nel caso in cui il Governo decida di non chiedere l’aiuto, presumibilmente lo spread resterà molto alto; continuerà a esercitare una pressione a fare le riforme; ma quali riforme fare, e in che tempi, non sarà stato pregiudicato dagli impegni nel frattempo assunti, e potrà più liberamente essere deciso da chi avrà vinto le elezioni.

Da un certo punto di vista, paradossalmente, lascia più libertà al gioco democratico lo spread che non la richiesta di aiuto e il connesso intervento della BCE. E’ una conclusione sorprendente, soprattutto per chi invocava le decisioni della BCE proprio per allentare i condizionamenti che i “mercati” impongono alla democrazia. Ma è una conclusione incontrovertibile, purtroppo per loro. In realtà non è certo che il Governo Monti potrà davvero scegliere: ovviamente dipende da quanto alto sarà lo spread in assenza di una richiesta di aiuto; c’è un livello del costo del debito oltre il quale i nostri conti pubblici non possono reggere, e la situazione finirebbe per avvitarsi. Che il Governo chieda o no l’aiuto, non saranno però gli eventuali acquisti di nostri titoli da parte della BCE a risolvere i problemi dell’Italia.

La questione è drammaticamente semplice: l’Italia è o no in grado di mettersi su un percorso che la conduca fra qualche anno ad avere un livello di produttività simile a quello tedesco? Se la risposta è no, anche l’eventuale intervento della BCE sarà solo servito a rinviare il redde rationem. Se la risposta è sì, che ci si arrivi avendo in mezzo l’intervento della BCE o senza quell’intervento, non cambia granché.

Qdr Magazine 

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