Il video che inchioda Obama

By Michele Di Lollo

settembre 16, 2012 Esteri

“Qui dentro ce n’è uno vivo”. “Portalo fuori…respira. Allah Akbar!” Il video, girato con un cellulare, dura poco più di un minuto e questa è la traduzione delle poche parole urlate dalla folla. A pochi giorni dall’assalto al Consolato americano di Bengasi, il filmato del ritrovamento dell’ambasciatore Christopher Stevens si diffonde su internet (viene pubblicato su Youtube, poi rimosso) e le immagini rilanciano in rete il dibattito sulle debolezze della politica estera obamiana.

Ecco le conseguenze del Leading from behind, dicono i delusi. La Casa Bianca misura le parole, teme che quanto accaduto possa influenzare negativamente la campagna democratica. Aver sostenuto senza condizioni la primavera araba lascia ora l’amaro in bocca. Dopo momenti di inquietante silenzio, il presidente commenta la morte di Stevens, precisando le cause (asfissia), in netto ritardo rispetto agli annunci della stampa araba. Nessuna ferita d’arma da fuoco è quanto si legge sulla nota, come se ciò bastasse a scagionare il governo da qualsiasi responsabilità. L’amministrazione mette le mani avanti, cerca di giustificarsi. Quasi voglia dire: “No, non pensateci nemmeno. Quello che sta accadendo nel mondo arabo, dal Bangladesh alla Tunisia, non è colpa nostra. Noi non c’entriamo”.

Beh non è così. I principali giornali casalinghi, tradizionalmente liberal, coprono Obama e la sua squadra. Ma i fatti della scorsa settimana rimbalzano sotto le lenti degli osservatori di tutto il globo senza sconti: nessuna speranza di nascondere la realtà.

L’islam si ribella agli Usa, protesta e uccide per un film su Maometto. Si rincorrono condanne da ogni paese, specialmente da quelli a netta maggioranza cristiana. Scuse più o meno esplicite. Tutti pronti ad accettare lo scacco arabo e mentre si “porge l’altra guancia”, si viene giustiziati. Tutto per uno stupido film! In pochi si chiedono se il problema vero sia il contenuto della pellicola o se ci sia qualcosa di più ampio su cui riflettere.

La verità è che non ci sono giustificazioni per un tale comportamento. Il male non è in quel video trash o nel fatto che sia diretto da un registra mediocre. I disordini, l’odio antiamericano poteva e può esplodere da un momento all’altro, per decine di ragioni diverse più o meno rilevanti. Quel film terribile è una scintilla tra milioni possibili e costituisce un campanello d’allarme di notevole importanza per l’intera cultura occidentale. Soprattutto per quelli come Obama che tentano di nascondere o smorzare la gravità di tali atti. Il rischio è risvegliarsi un giorno schiavi dell’Imam di quartiere. Non proprio un bel destino.

Il corpo dell’ambasciatore privo di conoscenza e con il viso annerito dalle fiamme viene trascinato fuori dalle stanze in cui si era rifugiato. Molti sorridono, altri gli si avvicinano come per aiutarlo a respirare. La cattiva qualità delle immagini non permette di conoscere altri particolari. Stevens sarà trasportato all’ospedale e lì verrà dichiarato morto, dopo quasi un’ora di rianimazione. Non sappiamo se quei libici stessero portando aiuto o se fossero pronti ad accanirsi su di lui, ma una cosa è certa: l’appeasement del presidente Obama è letale.

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