Favia spiazzato da un’imboscata

By Redazione

settembre 16, 2012 politica

Un’intervista non è un’imboscata. Capita che Giovanni Favia, consigliere regionale del Movimento5Stelle in Emilia Romagna, parlando con un giornalista di Piazza Pulita e illudendosi di non essere registrato, si lasci andare a confidenze spassionate sullo stato del movimento.

La notiziona è che persino secondo Favia nel movimento la democrazia latita, soffocato com’è dalla gestione padronale di Grillo e Casaleggio. Favia ne sarebbe uscito assai meglio se queste dichiarazioni le avesse rilasciate in quella puntata di Servizio Pubblico, alla quale decise di partecipare lo scorso aprile disobbedendo al divieto imposto da Grillo. Invece, per sua stessa ammissione, in quell’occasione preferì dire cose che non pensava, bontà sua. Il punto però è un altro. Un giornalismo che va avanti a colpi di imboscate e agguati si può definire ancora tale? Esiste un limite oppure tutto è consentito? Evidentemente non tutto è consentito. Delle regole ci sono per demarcare laprofessionalità di un giornalista.

D’altronde, chi di noi non saprebbe raccogliere uno “scoop”, tanto più dal sapore scandalistico, aggirandosi nei pressi dei Palazzi, tra sale da té e hall di alberghi, di registratore munito? Le chiacchiere da bar sono infarcite di indiscrezioni e top secret. Questo discorso non vale soltanto per i politici, ma per ciascuno di noi nella sua vita normale. Noi non siamo mai un libro aperto con gli altri, limitiamo e ponderiamo le nostre esternazioni. In che mondo vivremmo allora se fosse lecito, in qualunque luogo e in qualunque momento, registrare di nascosto quello che un’altra persona s’illude di dire in privato? Vivremmo in un mondo insopportabile, incivile e profondamente violento.

La bravura di un giornalista, per quel che poco che ho imparato, si misura in libbre di credibilità e acume d’analisi. Più sei credibile, più autorevoli saranno i tuoi interlocutori. Più sei capace di ragionare e di analizzare ciò che ti viene detto, più sei in grado di mettere alle strette il tuo interlocutore, di soppesarlo e di sfidarlo. Nel rispetto dei ruoli reciproci. Le interviste si chiedono, non si rubano. Un tempo si porgeva il microfono, oggi si brandisce come un’arma contundente. Un conto è riportare de relatoquello che uno ha sentito per caso (assumendosi la responsabilità di report indiretto).

Un conto è ancora pagare una fonte per avere accesso a informazioni riservate (ma sulla base di un contratto libero e volontario tra le parti). Rubare è tutta un’altra cosa. Piazza Pulita invece ha scelto un mezzuccio per fare clamore con zero fatica. Come quei magistrati che anziché fare le indagini intercettano a valanga. Questo pseudo giornalismo d’agguato fa male a tutti, non solo ai Favia di turno. Purtroppo è una china che fa proseliti, soprattutto in televisione. Una domanda a Formigli però vorrei porla: come mai il materiale “bollente” è stato tenuto nel cassetto da maggio fino a settembre? Vallo a capire. Io non l’ho capito.

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