Renzi parla come un “ciellino”

By Redazione

settembre 13, 2012 politica

Una cosa è certa. Il leader del Pd girerà con cravatta e maniche di camicia arrotolate fino al gomito. Dopo la campagna per il tesseramento di Pier Luigi Bersani, anche Matteo Renzi sceglie un look senza giacca per lanciare quella che descrive come «una candidatura per la guida dell’Italia». Non si tratta solo di sfidare il segretario per il controllo del partito, dunque. Il sindaco di Firenze imposta la propria come una sfida trasversale, che punta più a conquistare l’opinione pubblica che non a modificare gli assetti del Palazzo.

A Verona ha voluto un palco all’americana, privo di qualunque simbolo di partito, per un esordio impastato di un eloquio estraneo al patrimonio genetico del paese: richiami alla politica come amore per il paese in cui si vive, l’insistenza sul valore della famiglia e sulla sfida educativa che attende la sua generazione, il richiamo al capitale umano. Tutte parole chiave nel lessico della composita galassia di Comunione e Liberazione, forse non a caso sospettata di aver dato una mano a Renzi nel 2009, nelle primarie fiorentine che sancirono l’alba della traiettoria politica che lo ha portato ieri a Verona. Che Renzi voglia allargare la platea potenziale che potrebbe sostenerlo, non è un mistero.

La sua è una scommessa che fa leva sia sullo scontento che serpeggia all’interno del partito nei confronti della dirigenza, sia sulla voglia complessiva di novità da parte dell’intero elettorato. «Non ho paura di prendere voti di chi ha è di centrodestra», ha ammesso esplicitamente il rottamatore. Dovendo specificare che la sua è una speranza riferita alle elezioni politiche, non di certo alle primarie. Un distinguo a mezza bocca, per evitare che la direzione nazionale dei Democratici elabori un regolamento restrittivo al punto da farle sembrare una sorta di congresso degli iscritti. Una dirigenza che ha subito la consueta staffilata: «Venticinque anni fa eravamo senza telefonini – ha spiegato Renzi – c’era l’Unione sovietica, anche i loghi dei partiti erano diversi da quelli di oggi, mentre i leader no, sono gli stessi che c’erano allora».

Critica sui contenuti anche Nichi Vendola, l’altro competitor nella battaglia delle primarie: «Il suo è un modello politico e culturale con il quale la sinistra non vincerà mai». E per far tacere sul nascere le critiche che lo accusano di essere privo di contenuti, ha annunciato una “Civil Partnership” per le coppie omosessuali nei primi 100 giorni di governo, oltre al passaggio «in 5 anni dal 126° posto in classifica della giustizia civile, come il Gabon, ai primi 30», e a quello sulle scuole primarie, per il quale immagina di uniformare il paese «al modello Reggio Emilia. L’unico scivolone nella goffa difesa dello slogan scelto per il suo viaggio per l’Italia. “Adesso” aveva già contraddistinto la sfortunata campagna che oppose Dario Franceschini a Bersani per la guida del partito.

Una battaglia talmente irrilevante che il sindaco l’ha liquidata con una battuta: «Non ce n’eravamo neppure accorti». Non certo un bel complimento per il rampante staff che ne cura la campagna. Primo fra tutti il responsabile della comunicazione, Giorgio Gori. Il suo defilamento, potrebbe non essere un caso.

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