Pdl o Cgil? Questo è il problema

By Redazione

settembre 13, 2012 politica

Pdl fa rima con Cgil? Detto sinceramente, per chiunque sarebbe stato difficile anche solo immaginare questa bizzarra possibilità. Almeno non prima di aver assistito al dibattito “La ricerca della felicità. Lavoratori divisi, tra le garanzia reali e la realtà dei non garantiti”, organizzato mercoledì scorso nella cornice di “Atreju 2012”, festa nazionale della Giovane Italia.

Ospiti dell’incontro: il ministro del Lavoro, Elsa Fornero; il senatore del PdL, Maurizio Sacconi; il direttore del Tg La 7, Enrico Mentana: il direttore generale di Confidustria, Marcella Panucci; la presidente del Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, Marina Calderone, e il vicepresidente Assolavoro, Stefano Scabbio. Un incontro senza dubbio di estremo rilievo, non fosse altro che per il faccia a faccia tra la titolare del dicastero al lavoro e il suo predecessore nell’ultimo governo Berlusconi.

Ma a lasciare davvero il segno in questo dibattito, più che le comprensibili schermaglie politiche tra gli ospiti, sono state le reazioni dalla platea all’intervento del ministro Fornero. Una platea raggelata, se non addirittura disgustata, davanti alle dichiarazioni di lei che parlava di flessibilità e competizione come leva necessaria e fondamentale per far ripartire il volano dell’occupazione italiana. Una platea palesemente arroccata attorno ai vecchi totem del posti fisso e dell’Articolo 18. Una platea la cui reazione è stata descritta il giorno dopo con toni ai limiti dell’entusiastico non soltanto dalle pagine del Secolo d’Italia, ma persino di Pubblico, il neonato quotidiano di Luca Telese, che pidiellino proprio non è.

Non fosse stato per le proposte lanciate durante il dibattito, ovvero la realizzazione di un piano a sostegno delle giovani imprese con defiscalizzazione immediata, e di un piano per la valorizzazione dell’artigianato, un ospite con un po’ di fantasia si sarebbe potuto tranquillamente immaginare di essere alla festa dei giovani tesserati al sindacato di Susanna Camusso, o di Maurizio Landini. Non di certo a quella delle nuove leve del principale partito del centrodestra italiano. Sarebbe bastato sostituire i tantissimi Tricolori della cornice con altrettante bandiere della Pace, qualche drappo rosso, e il gioco era fatto. Ma è davvero questa la direzione che il Popolo della Libertà vuole intraprendere? È proprio questo il futuro della destra italiana? Anche chi è nato liberale e liberista dovrà morire con il pugno chiuso e una kefiah al collo?

Di critiche “da destra”, anche veementi, al ministro Fornero, se ne potrebbero muovere a bizzeffe. In primis, quella di essersi lasciata trasformare la riforma del lavoro in una riformicchia ad uso e consumo di caste, baronie e vecchie rendite di posizione della politica e dei sindacati. O quella di aver promesso e mai mantenuto l’adeguamento del mercato del lavoro alle esigenze di un’Italia che non può più permettersi di restare mollemente adagiata all’assistenzialismo della prima repubblica. O ancora quella di creare un paese in grado di offrire più opportunità, non più posti di lavoro garantiti.

Se non nei fatti, almeno nelle dichiarazioni, Elsa Fornero è sempre stata il ministro del lavoro di cui l’Italia aveva bisogno, e avrebbe un gran bisogno tutt’ora. Il ministro imposto dall’alto che “ci ha chiesto l’Europa”, ma che, se solo avesse davvero messo in pratica ciò che fino ad ora si è limitato a dichiarare ai giornali, sarebbe stato comunque il sogno proibito dell’elettorato di destra di qualsiasi nazione occidentale.

Evidentemente, non dell’Italia. Un paese dove i giovani militanti del centrodestra preferiscono scimmiottare pedissequamente le lamentazioni dei coetanei che stanno dall’altra parte della barricata, salvo poi parlare di meritocrazia, di impegno. Giovani #senzapaura evidentemente solo negli hashtag, ma vincolati nella realtà dalla stessa paura di perdere privilegi e diritti acquisiti tanto quanto gli antagonisti della sinistra veterosocialista.

Non sarà un caso, allora che nel 2010 il leader di Sel, Nichi Vendola, abbia riscosso un’accoglienza decisamente più calorosa della Fornero, alla quale solo la consueta ospitalità degli anfitrioni ha invece risparmiato il rischio di rimediare salve di fischi a scena aperta. Anzi, il presidente della Regione Puglia aveva addirittura lasciato un ricordo entusiastico ai giovani militanti della destra italiana. E adesso si spiega il perché. Forse Vendola, a differenza della Fornero, ministro anche grazie ai voti del Pdl, giocava in casa.

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