Il concretismo di Renzi

By Redazione

settembre 13, 2012 politica

Non c’è dubbio: Renzi è l’uomo nuovo della politica e della sinistra italiana. Le sue ambizioni di leadership nell’ultimo anno non si sono dimostrate velleitarie, ma anzi si rafforzate e solidificate. E ciò che va sottolineato, e ne fa un caso atipico sulla nostra scena politica, è che il suo progetto si è fatto forza e ha conquisto credito e sostanza non inseguendo le sirene dell’antipolitica.

Al contrario: esso sembra aver eliminato molti di quegli elementi di vaghezza e superficialità che all’inizio della sua avventura politica mi avevano portato ad essere critico nei confronti del sindaco di Firenze. Come scrive Marco Damilano sull’ultimo “Espresso”, Renzi ha lavorato molto ultimamente sul territorio e oggi nel suo movimento si trova “meno fuffa e più sostanza, meno reality e più realtà”. Renzi ha dimostrato di non essere un leader di pezza, ma un volto nuovo che si sta facendo le ossa e che sa correggere strada facendo i suoi errori e le sue stesse intemperanze.

Oggi si può essere critici su alcune sue proposte specifiche, e io lo sono, ma non gli si può più disconoscere questo ruolo. Tanto di cappello! C’è poi un altro elemento che porta a vedere e a giudicare con favore ciò che egli sta facendo. In politica non contano solo le caratteristiche umane e le personalità dei leader, né semplicemente il fatto (pur importante) che essi siano anagraficamente giovani. Conta anche il ruolo che i politici vengono a svolgere, a volte persino inconsapevolmente, in determinate situazioni.

E oggi Renzi svolge oggettivamente un ruolo che potrebbe rompere molte delle incrostazioni che paralizzano il Pd, il suo assetto corporativo che lo porta o all’inazione o a contraddire nei fatti i suoi stessi propositi di rinnovamento e di promozione di una nuova politica. Senza contare che Renzi fa tutto questo non da una posizione di sinistra antagonistica o veterosocialista, cioè da posizioni di retroguardia francamente non più riproponibili se non irresponsabili, e che se avessero la meglio ci squalificherebbero a livello mondiale e sui mercati. Lo fa invece in un’ottica di radicalità riformistica che guarda soprattutto al centro e alla destra del partito. E in effetti è lì che bisognerà andare a pescare alleanze e uomini per il nuovo progetto, per un’idea dell’Italia che non sia avventuristica e senza sbocchi.

Spesso, la sinistra-sinistra ha accusato Renzi se non di “berlusconismo”, quanto meno di una vacuità post-moderna che non esita a volte a fare proprie con spregiudicatezza idee e politiche della destra. Anche questo credo che non sia in sé sbagliato. Come secondo me ci ha fatto capire in modo impareggiabile Biagio de Giovanni nel suo libro A destra tutta. Dove si è persa la sinistra! (Marsilio), il berlusconismo è stato sì un fenomeno deleterio di corruzione e di gestione a fini privati della cosa pubblica, ma è stato anche un segnalatore di nuovi bisogni sociali e a mio avviso anche il portatore di una contorta e contraddittoria esigenza di modernizzazione del nostro Paese.

D’altronde, una visione dialettica, e quindi politica, della realtà e della storia non può pensare che venti anni della nostra vita possano semplicemente essere archiviati come una parentesi o un non senso. Ad essi comunque bisogna riallacciarsi, soprattutto non rimuovendo o esorcizzando i grossi errori di comprensione e azione della stessa sinistra. Ecco, se proprio dovessi individuare il più grosso limite di Renzi, farei riferimento proprio a un aspetto del suo essere che egli giudica forse un merito: il concretismo, la volontà di presentare agli elettori proposte semplici e “concrete” (le “100 idee per l’Italia”, ad esempio). Preferisco sempre chi mi presenta un “carta d’intenti”, se non fosse vaga e contraddittoria come quella presentata da Bersani.

E spiego perché. Le proposte concrete possono essere anche giuste e condivisibili, come molte di quelle di Renzi. E molto mi rassicura e fa trovare entusiasta la sua promessa di far propria l’ “agenda Monti”, anche per il dopo elezioni. Tuttavia credo che, se le proposte politiche non sono inserite in un contesto ideale che le giustifichi, rischiano di non avere la forza intrinseca che debbono che le può rendere orti anche quando la realtà si mostrerà ad esse recalcitranti. Capisco, che ridefinire un progetto ideale e politico, culturale, adatto ai nuovi tempi, e anche alle nuove consapevolezze maturate dopo la morte ideale della sinistra storica, non sia facile. Ma qui sta oggi, secondo me, la vera sfida intellettuale della nostra parte politica. Lo aveva capito, ad esempio, il primissimo Craxi, con i suoi discorsi su Proudhon, il riformismo, i meriti, i bisogni.

Se riusciamo a darci un nuovo orizzonte, anche “filosofico”, sono convinto che uomini, programmi, proposte concrete, alleanze, seguiranno naturalmente. Il citato libro di de Giovanni è, insieme ad altri, una buona traccia per questo compito non facile ma non proibitivo. La riflessione sul chi si debba noi essere, sulla nostra identità, non è più procastinabile.

Qdr Magazine

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