Libia: un momento decisivo

By Redazione

settembre 11, 2012 Esteri

Pubblichiamo la traduzione di un articolo uscito questa mattina su Commentary. L’attacco, a differenza di quanto si immaginava nelle prime ore, non è stata la degenerazione di una protesta pacifica contro un film su Maometto considerato blasfemo, ma un’azione pianificata da parte di uomini ben armati. L’amministrazione Usa condanna dopo momenti di inquietante silenzio l’accaduto. Oggi, la politica estera entra a pieno titolo nella campagna elettorale americana. 

Chris Stevens, Ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, è uno dei 4 funzionari diplomatici uccisi ieri in un lancio di razzi a Bengasi. È una notizia terribile, disastrosa, orribile, per centinaia di motivi diversi. Non solo per la sua famiglia e per il Foreign Service, che ha servito con onore, ma per quel che riguarda le regole fondamentali delle relazioni tra i Paesi sin dalla notte dei tempi – e cioè che ai loro ambasciatori è garantito il tragitto sicuro e il salvacondotto quando viaggiano per conto dei loro governi.

Possiamo presumere che Stevens e i suoi colleghi non sono stati uccisi dal governo della Libia, perché se questo fosse il caso, sarebbe niente meno che una dichiarazione di guerra che richiederebbe una risposta. Come abbiamo visto ieri a Il Cairo, con l’attacco all’ambasciata americana del luogo con il solo pretesto di un’offesa che un film avrebbe arrecato al Profeta, gli Stati Uniti sono entrati nuovamente entrati in un momento decisivo nella lunga guerra contro l’Islamismo – con attacchi ai beni degli Stati Uniti e a dipendenti degli Stati Uniti.

Questi momenti sono sempre stati problematici per noi; prima che questa diventi un’occasione per incolpare Barack Obama di essere stato debole e aver vacillato, vale la pena ricordare che gli Stati Uniti non hanno mai gestito bene queste cose.

Negli anni ’60, i radicali che attaccavano le ambasciate degli Stati Uniti divennero una battuta ricorrente. Lo scherzo è finito del 1979, con la cattura degli ostaggi in Iran, che è stata un’azione di stato mascherata da azione radicale indipendente. Ma dopo ieri, la palla passa a Obama.

Lo strano spettacolo dell’orribile responso iniziale dall’Ambasciata degli Stati Uniti a Il Cairo – che si è scusata per un’offesa di cui gli Stati Uniti non hanno colpa e che in ogni caso non avrebbe mai potuto giustificare un attacco – seguito da una smentita della Casa Bianca sei ore più tardi (“non l’abbiamo approvato”), può essere imputato all’inebetimento iniziale di due attacchi paralleli che devono aver scioccato tutti. Quella mancanza di chiarezza deve cessare oggi stesso, o ci sarà dell’altro. Molto altro.

Traduzione a cura di Irene Selbmann

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *