9/11: il disarmo morale continua

By Redazione

settembre 10, 2012 Esteri

Undici anni son passati dall’attacco al cuore degli Stati Uniti. L’11 settembre 2001, gli aerei dirottati dai terroristi di Al Qaeda abbatterono le Torri Gemelle a New York e devastarono il Pentagono a Washington. Un quarto aereo avrebbe potuto colpire un altro obiettivo a Washington, ma cadde per l’eroico tentativo dei suoi passeggeri di disarmare i sequestratori. L’Opinione, in occasione dell’11 settembre 2003, secondo anniversario dell’attacco, pubblicò un articolo, “Paura della libertà”, sulle cause di quel disarmo morale dell’Occidente che rese possibile il triplice attacco terrorista e legò le mani alla risposta militare.

Bin Laden è morto, ma i terroristi di Al Qaeda continuano ad essere un pericolo. I regimi islamici sponsor del terrorismo (soprattutto l’Iran) sono ancora al potere, minacciosi più che mai. I motivi di una mancata vittoria contro il terrorismo sono tuttora culturali. Il giornalista oggettivista Robert James Bidinotto, allora individuava quattro branche della cultura occidentale che remano contro la causa della società aperta e della sua stessa sopravvivenza. La prima di queste è il multiculturalismo.

Discendente diretto del “mito del buon selvaggio” di Rousseau, è una filosofia che porta a sognare e mitizzare la natura, l’umanità primitiva, le società pre-industriali e a odiare il capitalismo e il progresso scientifico ad esso intrinsecamente legato. Il rispetto e talvolta l’ammirazione per società primitive, pre-industriali, o comunque radicalmente opposte alla società aperta occidentale, porta inevitabilmente all’affermazione che tutti i sistemi sociali e politici sono moralmente equivalenti. Le ricadute pratiche di quello che il giornalista Robert Tracinski (“The Intellectual Activist”) chiama “primitivismo” sulla guerra al terrorismo sono evidenti: si stenta, sia a livello di opinione pubblica, sia nelle alte sfere della diplomazia, a considerare illegittimi regimi tirannici che, oltre a minacciare la nostra sicurezza, torturano i loro stessi cittadini.

Li si legittima, si cerca di comprendere le loro ragioni, in base alla loro cultura. In parole povere: non solo ci si rifiuta di giudicarli, ma li si sottovaluta o si ignora del tutto il pericolo che costituiscono. Un secondo grosso ostacolo frapposto alla guerra contro il terrorismo è l’altruismo, il bersaglio morale polemico preferito da Ayn Rand. L’idea, tipica di gran parte della filosofia morale occidentale, secondo cui è morale ciò che implica il sacrificio di sé a beneficio di altri, del prossimo, della società. Nel nome di valori altruistici, i responsabili della politica estera statunitense, non hanno il coraggio di combattere dichiaratamente per la sicurezza dei cittadini americani.

La “guerra al terrorismo” è condotta nel nome della “sicurezza collettiva”. Gli Stati Uniti non si pongono nella parte dell’aggredito che è legittimato a rispondere, con tutti i mezzi necessari alla vittoria contro l’aggressore, ma come la grande potenza che è disposta a sacrificare parte della sua sicurezza per la libertà del Mondo dal terrorismo. Nella guerra al terrorismo, i risultati pratici di questa politica altruistica sono essenzialmente due: il sacrificio della sicurezza dell’alleata Israele (a beneficio di un accordo con i Palestinesi che “disinneschi l’odio arabo e islamico”) e la remissione delle azioni di forza statunitensi al consenso dell’Onu.

Benché la guerra in Iraq sia stata condotta unilateralmente da Stati Uniti e Gran Bretagna, la decisione statunitense di passare attraverso il consenso dell’Onu (costituita anche da dittature nemiche degli Stati Uniti) prima di agire, ha influito moltissimo sulla durata e sulla gestione della crisi, a svantaggio dell’immagine e della sicurezza degli Stati Uniti. Terzo ostacolo: il comportamentismo, moda diffusa in tutte le scienze sociali e politiche, secondo cui tutte le azioni umane sono determinate, non da scelte, ma dall’ambiente sociale circostante. In base a questa logica, buona parte dell’opinione pubblica (soprattutto progressista, ma anche libertaria) inverte il rapporto fra aggressori e aggrediti. Se i radicali islamici aggrediscono gli Stati Uniti, vuol dire che sicuramente, avranno subito precedenti aggressioni e vessazioni.

Tutto viene letto nei termini di “spirale di violenza”, in cui aggressore e aggredito appaiono come due serpenti che si mordono la coda. Una mentalità diffusa che ha ricadute pesanti sulla guerra al terrorismo, che fa sentire in colpa i difensori, inducendoli a non sfruttare appieno le vittorie, che costringe a promettere aiuti e concessioni (sia in termini economici, che politici) a favore dell’aggressore. Una mentalità che, dall’altra parte, rassicura gli aggressori e conferma loro la giustezza della loro violenza. Quarto ostacolo: il pragmatismo, cioè “quel vuoto chiamato filosofia” come Bidinotto definisce l’unica corrente filosofica nata sul suolo statunitense. Secondo il pragmatismo nessuna generalizzazione è possibile e nessuno standard è universalmente applicabile; che nulla è da considerarsi completamente vero o falso, giusto o sbagliato; che ciascuna situazione deve essere affrontata a sé, separatamente dal suo contesto; che la soluzione migliore è quella fondata sul compromesso fra le parti, dando ascolto alle pretese di entrambe.

La mentalità pragmatica, ha ricadute ancor più gravi nella guerra al terrorismo: la politica estera statunitense non ha una direzione di lungo periodo, ma è in grado di fornire solo soluzioni a problemi di breve termine. Non stupisce che, all’alba dell’11 settembre, l’apparato di sicurezza statunitense fosse completamente inadeguato alla sfida che si trovava ad affrontare: la fine della minaccia sovietica aveva indotto a smantellare gran parte dell’intelligence. Anche negli ultimi anni, la politica statunitense tende ad affrontare solo alcuni segmenti del nemico, ma non a combatterlo nel suo insieme.

Gli Stati Uniti finanziano ancora alcuni dei principali sponsor del terrorismo, quali l’Arabia Saudita e il Pakistan e considerano come un valido interlocutore una leadership palestinese, che invece è legata a doppio spago con il terrorismo dei radicali islamici. Il Dipartimento di Stato stenta ad identificare i legami fra i vari regimi e i vari gruppi terroristici e preferisce, di volta in volta, credere di essere amico degli sciiti contro i sunniti, dei “radicali” contro i “moderati”, dei nazionalisti contro gli islamici… senza rendersi conto di trovarsi a combattere contro “tante gang mafiose che si sono unite contro un comune nemico”, stando all’analisi del neoconservatore Micheal Ledeen.

Peggio ancora: la mentalità pragmatica induce a non credere a quello che i radicali islamici dichiarano di voler fare nell’immediato futuro. Perché nella mente di un pragmatico, parole e azioni sono due cose distinte. Così era durante la Guerra Fredda, quando i pragmatici del Dipartimento di Stato non credevano che l’Urss volesse seriamente esportare la rivoluzione, così è oggi con la guerra al terrorismo. Osama Bin Laden aveva dichiarato pubblicamente e per iscritto ciò che avrebbe voluto fare l’11 settembre. E lo ha fatto. Indisturbato.

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