Una battaglia ideologica

By Redazione

settembre 9, 2012 Esteri

La campagna elettorale del 2012 è molto più ideologica rispetto a quella del 2008. Praticamente occorre tornare indietro al 1980, Reagan contro Carter, per trovare una polarizzazione, da “scontro di civiltà”, come quella di oggi. Le due Convention nazionali, quella repubblicana di Tampa e quella democratica di Charlotte, lo hanno ampiamente dimostrato. Per la prima volta in 32 anni si scontrano due visioni opposte, non solo della politica, ma anche della filosofia.

I Repubblicani sono tornati a promuovere, dopo una lunghissima assenza, l’etica del self-made man, dell’uomo che costruisce da solo le sue fortune. Dall’altra parte della barricata, i Democratici tornano a proporre il modello della società solidale, con termini molto più vicini al socialismo democratico europeo che non alla stessa tradizione progressista americana. Detto questo, la politica, anche in America, è l’arte del possibile. Se le aspettative sono alte, i risultati, nella pratica, potrebbero essere deludenti per entrambe le parti. Difficilmente i Repubblicani faranno una rivoluzione liberista, altrettanto difficilmente un rinnovo dell’incarico a Obama porterà il socialismo negli Usa, così come non lo ha portato questo, ormai concluso, mandato presidenziale. La rivista Reason, che è libertaria (dunque critica di entrambi i campi), nel suo ultimo numero, ha smontato 4 miti che offuscano la vista degli osservatori delle elezioni americane.

Primo: non aspettiamoci che Paul Ryan (candidato vicepresidente di Mitt Romney) tagli con la scure la spesa pubblica. Il suo stesso programma (“Path to Prosperity) prevede un contenimento del deficit annuale entro i 1200 miliardi di dollari, contro i 1300 attuali. Tagliando gradualmente le uscite, il piano di Ryan prevede comunque il contenimento della spesa pubblica entro la cifra (non proprio piccola) di 4900 miliardi di dollari… per il 2022. Dunque: in tre mandati presidenziali.

Secondo: non aspettiamoci che Barack Obama sia un politico pro-immigrati. Lo è sempre stato nella retorica. Ma, in pratica, in quattro anni ha espulso più di un milione di clandestini, più di qualsiasi altra amministrazione precedente. Un suo decreto, emesso a giugno ha permesso solo di sospendere (e non fermare) la procedura di espulsione per circa il 2% di clandestini ancora in attesa di giudizio.

Terzo: non aspettiamoci che Romney sia un guerrafondaio e Obama un pacifista. Sotto il presidente democratico (premio Nobel per la Pace), gli Usa hanno partecipato ad una guerra (in Libia) senza chiedere l’autorizzazione al Congresso. La guerra in Afghanistan è continuata con maggiore intensità. Obama si è ritirato dall’Iraq, è vero, ma la decisione era già stata presa da Bush. Gli attacchi dei droni contro le cellule terroriste nello Yemen, in Somalia e in Pakistan, sono quadruplicati rispetto all’amministrazione Bush. Romney non farebbe nulla di meno. Ma difficilmente riuscirà a far molto di più.

Quarto: non aspettiamoci che Romney abolisca la sanità pubblica. Promette di respingere la riforma di Obama, ma lui stesso, quando era governatore del Massachusetts promosse e istituì una sanità mista (Stato-privato) quasi identica all’Obamacare. Paul Ryan, inoltre, non propone di abolire Medicare (il piano di assistenza pubblica agli anziani), ma solo di riformarla, introducendo i buoni-sanità e permettendo una maggior concorrenza dei privati. Lasciate a terra la scure, dunque. Nei prossimi due mesi vedremo i due partiti americani scannarsi come non mai. Ma l’America che uscirà dai prossimi 4 anni non sarà così diversa da quella che conosciamo oggi.

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