Il pragmatismo di Morsi

By Redazione

settembre 9, 2012 Esteri

Fin dal momento della travagliata elezione di Mohammed Morsi a presidente dell’Egitto, l’Occidente si è interrogato su quale sarebbe stato il corso di politica estera che il leader del Partito Libertà e Giustizia, espressione politica dei Fratelli Musulmani, avrebbe impresso al suo Paese. Il rischio che l’ascesa al potere di formazioni islamiste nel Paese più popoloso del Medio Oriente avrebbe rappresentato per la stabilità della regione è stato infatti la causa primaria del sostegno occidentale al regime di Hosni Mubarak, fino alla sua deposizione a seguito delle rivolte dello scorso anno.

Un’analisi delle iniziative intraprese da Morsi nei primi due mesi della sua presidenza sembra, tuttavia, sconfessare le previsioni più cupe formulate in Occidente. In primo luogo, il presidente si è dimostrato risoluto nel reprimere i gruppi jihadisti presenti nel Sinai settentrionale, al confine con Gaza ed Israele. Lo scorso 5 agosto un commando ha assaltato una postazione dell’esercito egiziano, uccidendo sedici militari ed impossessandosi di un veicolo da combattimento; i jihadisti hanno quindi attraversato la frontiera e sono penetrati in territorio israeliano, dove sono stati neutralizzati dalle forze armate di Gerusalemme. In risposta all’attacco l’Egitto ha lanciato l'”Operazione Aquila”, inviando truppe e mezzi corazzati nella regione.

Una mossa che ha causato reazioni contrastanti da parte di Israele, che aveva in passato più volte richiesto un’azione decisa del governo egiziano contro i gruppi islamici presenti nell’area, ma che teme nel contempo che la decisione possa costituire il primo passo per una revisione unilaterale, da parte de Il Cairo, del trattato di pace in vigore tra i due paesi dal 1979. Gli accordi di Camp David stabiliscono infatti che l’Egitto possa dislocare nei pressi del confine israeliano solo forze di polizia equipaggiate con armi leggere, e che ogni deroga a questa previsione debba essere preventivamente concordata con Gerusalemme.

Il fatto che l’azione egiziana non sia stata coordinata con la controparte ha provocato proteste da parte della diplomazia israeliana, preoccupata anche dal malcontento più volte manifestato dall’opinione pubblica egiziana nei confronti di quella che viene percepita come una limitazione alla sovranità del Paese. Morsi, tuttavia, ha più volte affermato di voler rispettare gli accordi di Camp David, anche se non è escluso che in futuro possa richiedere emendamenti che gli conferiscano maggior libertà d’azione nella gestione della sicurezza interna. A livello regionale, l’iniziativa più significativa intrapresa da Morsi è stata la proposta di istituire un “gruppo di contatto” per gestire la crisi siriana.

Il piano prevede la creazione di un tavolo negoziale a cui partecipino le quattro principali potenze dell’area mediorientale, ovvero Turchia, Arabia Saudita, Iran e lo stesso Egitto. Un tentativo di inquadrare il conflitto nella sua dimensione regionale dopo i fallimenti di Lega Araba e Nazioni Unite, e di raggiungere un compromesso attraverso la partecipazione diretta di Teheran, principale sostenitore del regime di Damasco. La volontà di svolgere un ruolo di mediazione nel conflitto siriano non ha tuttavia impedito a Morsi di prendere duramente posizione contro al-Assad nel suo discorso al summit del Movimento dei Non Allineati svoltosi la scorsa settimana a Teheran, nel corso del quale ha dichiarato il suo sostegno “alla lotta del popolo siriano contro un regime oppressivo che ha perso ogni legittimità”, provocando l’uscita dalla sala della delegazione di Damasco, ed accusando indirettamente l’Iran stesso per il suo supporto al governo siriano.

Una dichiarazione che assume un significato ancora più importante per la circostanza in cui è stata pronunciata: il summit dei Non Allineati ha infatti rappresentato la prima visita ufficiale di un presidente egiziano in Iran dalla rivoluzione khomeinista del 1979. La decisione di Morsi di partecipare al vertice era stata oggetto di numerose speculazioni in Occidente, dove si temeva che l’evento costituisse il primo passo verso una normalizzazione dei rapporti tra Il Cairo e Teheran, in un momento in cui Stati Uniti ed Europa cercano invece di isolare la Repubblica Islamica per il suo sostegno al governo siriano e le sue ambizioni nucleari.

Tale prospettiva è stata dunque smentita dai fatti, oltre che dalle dichiarazioni dello stesso Morsi, che ha dichiarato di non avere intenzione di approfondire ulteriormente gli asfittici rapporti tra l’Egitto e l’Iran. L’azione di Morsi, a ben vedere, sembra dunque ispirata più a criteri di pragmatismo politico che ad una forma di radicalismo ideologico-religioso: il presidente egiziano sta tentando di restituire al suo Paese un ruolo centrale ed una libertà d’azione all’interno dello scacchiere mediorientale che erano stati persi negli anni di Mubarak, guardandosi bene, tuttavia, dal causare fratture insanabili con gli Stati Uniti ed i loro alleati nella regione.

Morsi comprende infatti che la sua legittimazione ed il consolidamento del suo potere dipenderanno, più che dalle posizioni assunte in politica estera, dalla sua capacità di dare risposta ai problemi interni del Paese, primo tra tutti la disastrosa situazione economica, che ha costituito la causa prima delle rivolte che hanno portato alla deposizione di Mubarak. Per ottenere risultati in questo settore l’Egitto ha bisogno di continuare a beneficiare degli aiuti finanziari degli Stati Uniti e di altri attori fondamentali, quali ad esempio Arabia Saudita e Qatar, che hanno già versato somme ingenti nelle casse della Banca Centrale Egiziana.

Al momento, è in via di definizione lo stanziamento di circa 4.8 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale, e l’amministrazione egiziana sta negoziando con la Casa Bianca una riduzione del debito nazionale nei confronti degli Stati Uniti; sarebbe quindi improvvido, in questa situazione, assumere posizioni inaccettabili per Washington. Per il momento, dunque, pare che il timore di uno scivolamento dell’Egitto verso posizioni anti-occidentali ed anti-israeliane, che pure restano maggioritarie nell’opinione pubblica del Paese, sia scongiurato dalle necessità immediate e dalla coincidenza, se non di interessi, quantomeno di obiettivi di breve termine, come ad esempio nel caso siriano.

Sarà necessario osservare quali saranno i futuri sviluppi della politica estera egiziana, man mano che Morsi consoliderà la propria posizione all’interno del Paese e svilupperà relazioni politico-economiche con altri Stati, come ha recentemente tentato di fare nel corso della sua visita in Cina. Nei rapporti con Israele, inoltre, peserà molto la risposta che Morsi vorrà dare alle richieste di assistenza provenienti da Hamas, il movimento palestinese al potere nella Striscia di Gaza, nato proprio da una costola dei Fratelli Musulmani.

Tuttavia, l’impostazione pragmatica adottata da Morsi in questi primi mesi di presidenza sconfessa, almeno in parte, le tesi più pessimistiche sul corso che l’Egitto del post-Mubarak avrebbe assunto. È inevitabile che il Paese aspiri a recuperare il ruolo geopolitico che gli spetta all’interno della regione mediorientale e nordafricana; meno scontato è che questo obiettivo venga perseguito in termini inconciliabili con gli interessi occidentali e con la stabilità generale della regione.

Rimangono ancora ampi settori di possibile collaborazione tra Egitto ed Occidente, e quest’ultimo dispone ancora di un certo margine di influenza sulla leadership de Il Cairo. Insistere su questi aspetti può risultare fondamentale per creare un clima di reciproca fiducia, e scongiurare la radicalizzazione della politica egiziana.

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