Cattaneo: “O le primarie o lo sfascio”

By Redazione

settembre 6, 2012 politica

«Nella nostra convention dello scorso maggio avevamo ottenuto un risultato molto importante: la promessa di Angelino Alfano di tenere le primarie nel partito. Due settimane dopo era arrivata la ratifica anche dal consiglio di presidenza. Poi l’intenzione di Silvio Berlusconi di ricandidarsi ha interrotto quel processo». È realista Alessandro Cattaneo, trentenne sindaco di Pavia e tra i principali animatori di Formattiamo il Pdl. Il movimento ha subito un brusco stop con la nuova discesa in campo del Cavaliere. Anche se, ammette Cattaneo, «è logico che se Berlusconi decide di tornare a competere per Palazzo Chigi, la prospettiva delle primarie diventa ridondante».

Si aspettava qualcosa di diverso?
Di certo è stata una scelta che ha portato un rallentamento eccessivo del dibattito interno al partito.

Ma nelle pagelle che avete dedicato ai vostri dirigenti, gli avete assegnato un dieci…
Di certo la sua è stata una mossa che ha spiazzato tutti.È riuscito a formattare anche i formattatori!

Ma ha interrotto la fase di rinnovamento?
Ci aspettavamo più che altro una scelta diversa da parte del partito. Le primarie, per esempio, sono uno strumento che si sarebbe dovuto utilizzare a prescindere. Magari per la formazione delle liste elettorali per le elezioni politiche, di sicuro per le amministrazioni locali. Non farle in Sicilia è stato un errore.

Anche se ancora non si sa con quale legge elettorale si andrà a votare.
Se rimanesse il maledetto Porcellum non vedo quali vincoli ci sarebbero. Senza contare che anche oggi si sta continuando a parlare di una quota di parlamentari eletta tramite le liste bloccate. Se si decidesse per il maggioritario, poi, ancora meglio. Ci si deve rendere conto che la percezione della mancanza di rapporto tra gli eletti e i cittadini è gravissima.

A sinistra si stanno accapigliando proprio per le primarie.
Questo dimostra che quel tipo di consultazioni generano dibattito. Tanto più che sono uno svantaggio per il Pdl. Una campagna elettorale nella quale Pier Luigi Bersani si presentasse con la squadra di vecchi dirigenti secondo lo schema raccontato più volte dai giornali, per noi sarebbe una speranza.

La presenza di Renzi vi avvantaggia, dunque?
In un certo senso sì. Mi sta simpatico, e bisogna anche considerare tuttavia che parte del nostro elettorato guarda con interesse alla competizione Democratica. In molti sono interessati al sindaco di Firenze, e questo è un fatto nuovo.

La parentesi di Alfano si è definitivamente chiusa?
Nel segretario nutro ancora fiducia. È stato vittima di un meccanismo perverso che ingessa tutta l’azione del nostro partito. Ma adesso il tempo stringe, è il momento delle scelte. Berlusconi deve dire se si vuole effettivamente candidare o meno, e in funzione di questo dobbiamo costruire una squadra credibile in vista del prossimo futuro.

Che è piuttosto incerto, al momento.
Quando sono entrato in politica l’ho fatto per l’entusiasmo che mi aveva instillato lo sguardo dissacrante del Cavaliere sul mondo stantio della politica. In brevissimo tempo ci siamo ridotti a essere il tassello di uno stanco gioco delle parti che ricalca in tutto i giochini della prima Repubblica. Se continuiamo così andiamo allo sfascio.

In che senso?
Che se si votasse domani raggiungeremmo percentuali non degne della storia politica che abbiamo alle spalle.

In che modo ricostruire un minimo di credibilità?
Innanzitutto i parlamentari diano vita ad una legge elettorale che lasci spazio al merito politico dei candidati e che recuperi il rapporto con i cittadini. Poi, personalmente, mi sto impegnando ad attivare e valorizzare un tesoro di amministratori locali che ci mettono la faccia tutti i giorni nei loro comuni. Dobbiamo rispolverare una cultura della politica locale.

Una lista di sindaci di centrodestra?
No, non vogliamo fare liste o costituire correnti. È solo una rete naturale che sostiene chi tra di noi può essere un potenziale elemento di credibilità benefico per tutto il partito. Ci sono tante eccellenze, magari arrivate al secondo mandato e dunque, giustamente, non rieleggibili, che sarebbe un peccato disperderle.

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