L’assurdo caso di Pietro Pilello

By Redazione

settembre 3, 2012 politica

Nell’Italia delle “vite degli altri”, intercettate, private di ogni pubblico pudore e consumate nella gogna della libera informazione democratica, può succedere che una mattina ti svegli e ti accorgi che tra le “vite degli altri” c’è anche la tua. E quando questo accade, non fai in tempo a realizzare in quale baratro di inciviltà giuridica e di violazione dei tuoi più elementari diritti ti hanno buttato, perché le conseguenze su di te, sul tuo lavoro, sui tuoi rapporti sociali, sono immediate e irreversibili. Potrebbe essere una scoperta poco importante se appartieni a quella categoria di imbecilli che ripetono “tanto io non ho nulla da nascondere”, e che non vedono che il vero problema delle intercettazioni e del circo mediatico-giudiziario che le alimenta, non sono le verità che tu potresti nascondere ma le bugie che possono costruire attorno a te. Perché nulla è più manipolabile di una telefonata.

Nei giorni in cui persino il Capo dello Stato viene investito da uno scandalo intercettazioni, si perde di vista una questione fondamentale: e cioè che in Italia l’uso spregiudicato e criminale delle intercettazioni da parte di procure e media riguarda uomini di potere e cittadini comuni. E ciascuno di noi potrebbe esserne coinvolto dentro un meccanismo di falsificazione dal quale poi uscire risulta impossibile. Ne sa qualcosa un signore di nome Pietro Pilello, la cui storia è narrata in un libro che nessun editore ha pubblicato, ma che lui ha scritto e stampato a proprie spese distribuendolo tra amici e conoscenti. Il libro s’intitola “L’imboscata”, e ha un sottotitolo emblematico: “Come da una banale telefonata ti cambiano la vita”.

La storia è questa: il 14 luglio del 2010 Pilello, apprezzato professionista calabrese trapiantato a Milano, apre il Corriere della Sera e scopre un articolo dedicato a lui, “il commercialista che invita a cena il capoclan”. All’alba del giorno prima era infatti partita l’operazione ‘ndrangheta della Procura di Milano, con circa 300 arresti, in merito all’inchiesta sull’espansione delle cosche in Lombardia. Il nome di Pilello viene legato a quello di un capo della presunta ‘ndrangheta milanese, tale Cosimo Barranca, a cui circa un anno prima Pilello stesso aveva telefonato per invitarlo ad una cena elettorale. Tra le 800 pagine dell’inchiesta il giornalista ha estrapolato, chissà perché, e soprattutto chissà come, il suo nome. Pilello non è indagato, a suo carico non vi è nulla, eppure anche altri giornali riprendono la notizia.

Forse Pilello paga il suo passato socialista, la sua breve militanza in Forza Italia e la conoscenza con Silvio Berlusconi. Ma l’immediata grandine di discredito sociale che porta alla rimozione da molti degli incarichi pubblici che ricopre e ad una repentina perdita di relazioni fondamentali per chi esercita una libera professione, sono un danno irrecuperabile. L’assurdità di tutto questo è che nei tre anni in cui il presunto boss è stato pedinato, intercettato, controllato, questa telefonata di 52 secondi è l’unico contatto che Pilello ha avuto con questa persona, conosciuta fugacemente tempo prima in un normale contesto lavorativo e contattata, come decine di altri conoscenti, in vista di un evento pubblico. Tanto però è bastato per far scrivere ai magistrati titolari dell’inchiesta che il soggetto nutre un evidente stato di sudditanza verso il capoclan e decretarne così la morte civile. Ma in base a cosa? Alle tonalità vocali? Alla punteggiatura delle trascrizioni? Ma c’è di più: la stortura del sistema giudiziario italiano.

Pilello, in quanto non indagato, non può essere ascoltato dai magistrati (nonostante la sua richiesta), né può avere accesso agli atti che lo riguardano (a partire dalla registrazione della sua telefonata). La giustizia italiana garantisce di più chi è indagato rispetto a colui che, pur non essendolo, finisce ugualmente nel tritacarne del giornalismo da procura. Alla fine della storia rimangono due cose: una telefonata di 52 secondi (oggi ascoltabile sul web) allucinante nella sua banalità e nella sua inconsistenza, uguale a quelle che ognuno di noi avrà fatto centinaia di volte a conoscenti o emeriti sconosciuti. E il nome di Pietro Pilello da digitare su Google, per capire quale danno irreparabile produce la catena di montaggio della fabbrica mediatico-giudiziaria e il suo meccanismo perverso di produzione, consumo e manipolazione di intercettazioni e teoremi.

Nei paesi di vera civiltà giuridica, dove i magistrati che fanno indagini delicate non se ne vanno al mare in gommone con i giornalisti d’inchiesta, né fanno i capipolo nei comizi, le intercettazioni, strettamente regolamentate, non finiscono sui giornali massacrando la vita delle persone. Nel ‘600, la saggezza gesuita di Baltasar Gracián ammoniva che “l’orecchio è la seconda porta della verità e la prima della menzogna”. Basterebbe questo buon senso a ridare dignità civile al nostro paese.

Latest Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *