L’ultima traccia

By Redazione

settembre 1, 2012 Cultura

Ultima ma non ultima. Last but not the least. I musicisti si sono sempre interrogati sulla funzione e sulla scelta dell’ultima traccia che potesse essere degna conclusione dei loro album. I paragoni possono essere moltissimi: il tocco finale dello chef nella composizione del suo piatto migliore; il colpo finale di pennello di un pittore che voglia dare più profondità ad uno sguardo o colore ad un paesaggio; il pugno ben assestato di un boxeur che riesca a sorprendere l’avversario sul gong; l’allungo del nuotatore che all’ultima bracciata possa superare i suoi rivali delle corsie circostanti. Tutto quello che vi viene in mente e che possa rientrare nella logica del “finire con stile”. Il termine, la conclusione musicale può essere dolce come una canzone d’amore, rivoluzionario come un inno politico, lieve come punti di sospensione di un percorso artistico ancora da completare. Se l’ascoltatore attento si sofferma un po’ a riflettere, nella composizione di una tracklist, nessun artista lascia le cose al caso. Giusto in alcune versioni di vecchi album in LP (si vedano le edizioni differenti – europea ed americana – di “Are You Experienced?” di Hendrix e i moltissimi altri casi contemporanei della doppia e differente uscita continentale) potremmo non soffermarci sul punto. E se si fa ancora più attenzione e ci si concentra sugli splendidi anni novanta possiamo trovare un esempio molto interessante.

Gli anni novanta, la decade dominata massmediaticamente dalle figure maledette di Cobain e soci, non sono stati, fortunatamente, solo Stati Uniti d’America. I ’90s sono stati un laboratorio a cielo aperto, fucina d’influenze che dagli States passavano per il vecchio continente e si arenavano, come tradizione vuole, nella perfida Albione. Se il grunge ha invaso le radio ed influenzato moltissime band contemporanee, non meno invasiva è stata la seconda british invasion dominata da Oasis, Blur e Verve, che ha sconvolto il mondo appena orfano del leader dei Nirvana. Con i loro capolavori, rispettivamente, “What’s the Story Morning Glory” (1995), “Blur” (1997) e “Urban Hymns” (1997) hanno rinverdito le tradizionali sfide a distanza tra band rivali. Chi non si ricorda gli assoli di batteria di Bonham dei Led Zeppelin e le risposte di Paice dei Deep Purple. O le fazioni pro-Hendrix, pro-Page o pro-Clapton? In pochissimi però si ricordano, o hanno riflettuto, sulle magnifiche canzoni conclusive dei tre album citati, alcuni fra i migliori dischi usciti negli ultimi 30 anni. Il brit pop è stile urbano, cittadino, realista. Parla di cose concrete, di luci, di schiamazzi, di voglia di far festa, di necessità di uscire dal pantano atomizzante delle megalopoli. Tutto ciò, spesso, contemporaneamente. Questa corrente musicale tocca le corde dell’anima di coloro che le città le conoscono, che il mondo, seppur minimamente, lo hanno girato. Nonostante la semplicità apparente di questi gruppi, la musica inglese di quel periodo è figlia di miscele culturali, remote quanto vicine, e di alto livello comunicativo. Droga, disagio, lavoro e perdita della capacità di pensiero laterale. Nello stesso tempo gioia, fresca voglia di vivere, di libertà, di poesia, di profondità culturale. Anche gli Oasis, in questa triade aurea certamente i più “semplice”, non differiscono da questa socialità di cui, spesso involontariamente, sono portatori.

“Champagne Supernova”, anno 1995, durata 7′ e 30”: un vero e proprio inno generazionale, disilluso ma con bagliori di luce al fondo del tunnel della solitudine e della precarietà dei rapporti. Le persone speciali cambiano, la continua ricerca di quello che non si ha, la speranza, che urlata diviene quasi certezza, di trovare prima o poi quel qualcuno che possa completare la propria persona. I sogni non svaniscono con facilità e, l’alternanza tra la voglia di lentezza e i ritmi urbani ben differenti, la costrizione al sogno lucido, ad occhi aperti. Per la generazione orfana del mito Cobain è l’inizio della riscoperta dei Beatles, è il distaccamento dal mito americano e l’approdo sulle bianche e placide scogliere di Dover. Le case a schiera, tutte terribilmente rosso sangue, quelle dei quartieri popolari di Manchester così come di Liverpool e delle città industriali inglesi, sono lo sfondo, il landslide, che, a colpi di chitarra, diventa verde come batuffoli d’erba. Ma il sogno svanisce e, con il feedback nelle orecchie, ci si chiede il «perché». Ma il perché di cosa in realtà non è che si sappia bene. E’ Liam Gallagher ad urlarlo e noi, inspiegabilmente, con lui. E la disillusione continua a tessere la sua tela: la certezza torna ad essere speranza futura. E ogni singola persona, ecco la magia di questa canzone, si immagina una persona differente, in questo paesaggio franoso e illusorio, camminare verso la propria figura. “Champagne Supernova” non è una traccia, bensì un miraggio, un oasi in cui nascondersi se si vuole stare distanti dalle tremende casette rosse delle periferie operaie inglesi. Una sorta di backyard di noi stessi. I Blur del 1997, quelli del loro album omonimo, sono piuttosto lontani dalla tradizione beatelsiana. In particolare poi, “Essex Dogs”, di durata poco superiore agli otto minuti, sono certamente più vicini agli orizzonti dello slow core, del post rock e del trip hop di Codeine, Slint/For Carnation e Massive Attack. Il paesaggio musicale è un’orrorifica metropoli: la brutalità di un omicidio in macchina, la spersonalizzazione data dall’utilizzo del telefono cellulare, degrado, graffiti, bevute alcolemiche terminali. La cappa che cala su questa cittadina, cruenta ma pulsante, non concede altra speranza che l’abbandono del luogo stesso, la sparizione, un pieno di benzina che possa portarci via dalla quotidianità nostra e altrui. Uno stato di disagio profondo che avvolge con i suoi fumi ma placidamente, delicatamente, come una batteria dai ritmi tenui, con accelerate di ritmo e sbalzi di volume e di noise.

Il gruppo di Damon Abarn sembra aver appreso in toto la lezione della scuola musicale di Bristol, città di provenienza del trip hop e in cui nel 1994 è stato composto il sorprendente e sinuoso “Dummy” dei Portishead e nel 1998 vedrà la luce il capolavoro del genere: il languido e marcio “Mezzanine” dei Massive Attack. Anche i Verve, nel 1997 con la loro “Come On” contenuta nell’album miliare “Urban Hymns”, partecipano alla sfida a distanza. Ashcroft e soci, con origini di chiara matrice psichedelica e amanti della chitarra acustica quanto delle dilatazioni e delle cavalcate strumentali, piazzano la loro conclusione perfetta in uno degli album “must to listen” degli anni novanta. “Come On”, dalla durata di quasi sette minuti, inebria con i suoi reverberi, i suoi wah e il suo procedere discontinuo. In una canzone dal nemmeno tanto celato sapore di cannabis, i Verve descrivono perfettamente il vuoto valoriale di una generazione che ha perso la fede, la fiducia e la speranza ma che al contempo deve saper reagire, anche solo a colpi di musica. Ashcroft sprona i suoi ascoltatori a godersi appieno l’unica chance su questa terra, di muoversi per trovare la propria strada e di abbandonare i facili rimedi e le vie per una una vita furba e derivativa. L’urlo, l’eccitazione dei Verve suona come un clacson di un’automobile in mezzo alla campagna, come un suono fuori dal coro dello standard di massa. La vita è drammaticamente una e bisogna viverla al massimo. Scegliere senza porsi freni, ma effettuare la scelta. Sempre, comunque. Come nella compilazione di una tracklist.

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