Usa 2012: Nevada

By Redazione

agosto 28, 2012 Esteri

Questo articolo – pubblicato su Il Foglio del 24 agosto 2012 – è il secondo di una serie dedicata agli swing states delle elezioni presidenziali Usa. Qui l’articolo dedicato al Colorado. Nella prossima puntata: la Florida.

Con la scoperta di Comstock Lode, la “collina d’argento”, nel 1859 una massa di minatori, cercatori e mercanti, con la speranza di arricchirsi in fretta, si trasferisce in uno sperduto angolo del Territorio dello Utah. La crescita è talmente rapida che in cinque anni i nuovi abitanti danno vita al Nevada e si separano dallo Utah. Nasce così, il 31 ottobre 1864, il “Silver State”, il 36° stato dell’Unione. C’è chi sostiene che il Nevada nasca nel bel mezzo della Guerra Civile americana per permettere agli stati nordisti di accedere più facilmente alle ricchezze delle sue miniere. Altri ritengono che venga fondato in fretta e furia perché i Repubblicani moderati hanno bisogno di ottenere ulteriori voti per la rielezione di Abraham Lincoln. Le ragioni della nascita di uno stato sono di certo più complesse, ma in effetti dal 1864 al 1888, il Gop domina il Nevada quasi indisturbato, fatta salva la tornata elettorale del 1880. È solo con la crisi finanziaria del 1890 che il Nevada vira a sinistra: prima, nel 1892, premiando il candidato indipendente del Populist Party, James Weaver, poi scegliendo il democratico William Jennings Bryan. Un innamoramento che dura per tutte e tre le competizioni (1896, 1900 e 1908) che Bryan vince in Nevada ma perde a livello nazionale.

Solo Teddy Roosevelt, con la sua immensa popolarità, riesce a conquistare nel 1904 lo stato riportandolo nell’area repubblicana con l’amplissimo margine del 23,79%. Sin dalla fine dell’800 dunque il Nevada è tradizionalmente uno swing state e come tale ancora ai giorni nostri viene osservato con attenzione ad ogni ciclo elettorale per capire da che parte penderà la bilancia degli elettori. Fino ad oggi il Nevada ha partecipato alla scelta del presidente Usa in 37 cicli elettorali: 16 vinti dal partito democratico, 20 vinti dai repubblicani e solo uno vinto da un candidato indipendente (Weaver nel 1892). Conti alla mano, dunque, si registra una leggera preferenza per il partito repubblicano. Il voto in Nevada ha una particolarità rilevante: dal 1912 gli elettori di questo piccolo stato desertico e montuoso si esprimono in linea con la maggioranza degli Stati Uniti, votando sempre per il candidato vincente. Con una sola eccezione: nel 1976 scelgono il repubblicano Gerald Ford invece del democratico Jimmy Carter. Si tratta dell’unica perdita di rotta. Dal 1980 e per altri 8 cicli elettorali, il Nevada continua a viaggiare in sintonia con il resto del paese. Una caratteristica che gli consente di reclamare per sé il titolo di bellwether delle elezioni presidenziali americane, in concorrenza con l’Ohio (che ha un record più lungo nel tempo, ma due “errori” anziché uno solo all’attivo). Ma andiamo con ordine. Nel 1912 e nel 1916, Woodrow Wilson conquista il Nevada e, esattamente come accade in Colorado, anche nel Silver State la sua candidatura risulta più convincente nella corsa per il secondo mandato. Malgrado a livello nazionale si tratti di una competizione più difficile e vinta con un margine decisamente ristretto, qui Wilson fa il pieno di voti. Negli anni seguenti il Partito democratico implode e il Nevada passa al Gop per tre mandati consecutivi: 1920, 1924, 1928.

Fino all’era-Roosevelt: FDR vince per quattro volte di fila (con un vantaggio massimo del 45% nel 1936 e uno minimo del 9% nel 1944), con lo strascico di Truman nel 1948 (+3%). Dal 1952 al 1992, invece, il Gop ottiene otto vittorie su dieci, perdendo solo contro Kennedy nel 1960 (+2%) e Johnson nel 1964 (+17%). A tenere alta la bandiera repubblicana sono Eisenhower nel 1952 (+23%) e nel 1956 (+15%); Nixon nel 1968 (+8%) e nel 1972 (+27%); Ford nel 1976 (+5%); Reagan nel 1980 (+36%) e nel 1984 (+34%); Bush Sr. nel 1988 (+21%). Bill Clinton fatica moltissimo per spezzare questa serie nel 1992 (+3%) e nel 1996 (+1%). E Bush Jr. fatica quasi altrettanto per riportare il Nevada nella colonna degli stati rossi, nel 2000 (+4%) e nel 2004 (+3%). La larga vittoria di Barack Obama rompe un ciclo di 16 anni in cui il Nevada si conquista margini molto ristretti. Nel 2008, infatti, Obama vince con il 55,15% del voto popolare, con un distacco del 12,49% nei confronti di McCain. Ottenendo così un risultato da far impallidire anche stati solidamente democratici. Solo Bush nel 1988 (58,86%, +20,94% su Dukakis) e Johnson nel 1964 (58.58%, +17,16% su Goldwater) avevano fatto meglio. Con questa vittoria Obama stabilisce il nuovo record di voti conquistati nella storia del Nevada: 533.736 preferenze, 115.046 più di Bush che, nel 2004, aveva fissato il precedente record. Anche in questo caso, il salto in avanti del partito democratico non ha precedenti nella storia del Nevada: tra il 2004 e il 2008, l’incremento è di ben 136.546 voti. Un salto che alcuni analisti spiegano anche con la crescita della popolazione. Il Nevada è sin dalle sue origini uno degli stati in maggiore evoluzione dal punto di vista demografico. Dopo il picco dei primi anni, quelli della corsa all’argento, lo stato comincia a perdere abitanti: troppo dure le condizioni climatiche e la qualità della vita comparata alla vicina California. Per risollevare le sorti della comunità il governo decide di farne un “porto franco” dove è legale ciò che in California e negli altri stati è proibito: gioco d’azzardo, prostituzione, matrimoni veloci e divorzi facili. E anche tasse bassissime per chi apre una nuova attività. Oggi esistono ancora miniere che hanno una parte rilevante nell’economia della regione, ma il Pil è generato soprattutto da altre attività che continuano ad attirare non solo turisti, ma soprattutto lavoratori. Negli ultimi dieci anni il trend di crescita della popolazione tocca picchi particolarmente elevati, con un aumento di circa il 35%.

Motivo per cui, dopo il censimento del 2010, è stato stabilito di assegnare al Nevada un voto elettorale in più. La vittoria nel Silver State alle prossime tre elezioni presidenziali assicurerà 6 voti elettorali anziché 5. Poi bisognerà rifare i conti in base al censimento del 2020. L’86% degli elettori del Nevada vive in sole due contee: Clark (al confine sud-occidentale con l’Arizona, dove ha sede Las Vegas) e Washoe (al confine nord-orientale con la California, dove ha sede Reno). Il colpo d’occhio sulle cartine che pubblichiamo in questa pagina, dunque, può trarre facilmente in inganno: è vero che il rosso-repubblicano domina, ma è altrettanto vero che la popolazione si addensa nelle piccole contee che nel 2008 si colorarono di blu-democratico. Mentre in tutto il resto dello stato – deserto e poco di più – dominano i repubblicani, a Las Vegas e Reno la battaglia è infatti da sempre più combattuta. Nel 2004, Kerry conquista Las Vegas ma lascia Reno a Bush jr. Nel 2008, invece Obama riesce strappare anche Reno e la contea di Washoe. Lasciando a McCain la zona centrale, tanto vasta quanto disabitata. Inutile specificare che la stragrande maggioranza dell’incremento demografico segnalato negli ultimi dieci ha riguardato soprattutto queste due popolose contee: quelle in cui è attivo il business del turismo legato a Las Vegas e della delocalizzazione industriale, favorita da politiche di facilitazioni fiscali per chi apre aziende in Nevada. Molte imprese in fuga dalla California scelgono ormai Reno come sede per i propri affari. Un flusso nuovo che potrebbe influenzare le tendenze di voto cambiando almeno in parte la geografia razziale dello stato. Oggi i cittadini del Nevada sono per il 66,2% bianchi (+19% tra il censimento del 2000 e quello del 2010), con una percentuale di latinos che raggiunge il 28,5% (+81,9%). Un dato che viene comunemente letto come tendenzialmente favorevole al Partito democratico. Come l’incremento sostanzioso di afroamericani che, per rappresentando solo l’8,1% della popolazione, negli ultimi dieci anni sono aumentati del 61,4%.

Tutta da indagare, invece, è l’influenza elettorale della nuova migrazione asiatica. Gli asiatici hanno quasi raggiunto gli afroamericani in numeri assoluti, raggiungendo il 7,2% della popolazione totale del Nevada, con un incremento vertigionoso che negli ultimi dieci anni ha raggiunto il 116,5%. Al contrario di altre minoranze, ormai storicamente schierate con il Partito democratico, gli asiatici americani sono ancora ampiamente sul mercato dei voti, pronti ad essere conquistati dall’uno o dall’altro candidato. Una delle caratteristiche principali di questi nuovi elettori è quella di avere mediamente un’alta preparazione scolastica e un livello di reddito superiore alla media nazionale. Soprattutto rispetto ad altre minoranze etniche. I sondaggi sugli asiatici americani, registrati come elettori, descrivono abbastanza unanimemente una preferenza per Romney rispetto ad Obama. Ma quel che va soprattutto considerato è che il voto asiatico, al contrario di quello Latino (che pare essere in un rapporto di 2 a 1 a favore di Obama) o di quello afroamericano (9 a 1 sempre per il presidente uscente) è ancora “decisamente indeciso”. E molto dipenderà dalla campagna elettorale che i due ticket presidenziali metteranno in campo. Anche la religione potrebbe giocare un ruolo importante. Il Nevada è infatti uno degli stati abitati dalla più alta percentuale di mormoni (o meglio della Chiesa di Gesù Cristo e dei Santi degli ultimi giorni). La comunità più vasta per numero di aderenti è ancora la Chiesa Cattolica, con 331.844 fedeli. Ma i mormoni seguono al secondo posto di questa classifica, con 116.925 fedeli, quasi il triplo dei Battisti e poco meno del doppio della comunità ebraica. Un particolare che potrebbe Romney potrebbe utilizzare a suo vantaggio. Per cercare di capire se, a novembre, il Nevada continuerà il suo spostamento verso la colonna degli stati democratici o farà bruscamente marcia indietro, la contea da tenere maggiormente d’occhio è quella di Washoe, sede di Reno, strappata da Obama nel 2008 dopo un dominio repubblicano ininterrotto dal 1964. A Washoe, Romney deve riuscire assolutamente tornare almeno sui livelli raggiunti da Bush Jr. nel 2004 (+4,2%), ma per essere ragionevolmente certo di portarsi a casa il Silver State il suo margine di vantaggio dovrebbe avvicinarsi a quello, sempre di Bush, nel 2000 (circa il 10%). In caso contrario, oltre a perdere nuovamente il Nevada, il Gop rischierebbe di lasciare ai Democratici anche il secondo seggio del Senato, quello difeso da Dean Heller contro Shelley Berkley, rimesso pericolosamente in gioco dalle dimissioni di John Ensign nel maggio dello scorso anno.

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