Quanto ci è costato entrare nell’euro

By Redazione

agosto 27, 2012 politica

Caro euro, quanto ci costi! Mentre gli economisti di tutto il mondo fanno a gara nel disegnare lo scenario più apocalittico nel caso di un’uscita dell’Italia dalla moneta unica, c’è chi ha provato a fare letteralmente i conti in tasca agli italiani per vedere quanto ci sono costati i nostri primi anni nell’euro. 

Lo ha fatto la Cgia di Mestre, secondo la quale tra il 2002 ed il luglio di quest’anno, l’inflazione media italiana è cresciuta del 24,9%. A dieci anni dall’introduzione dell’euro, spiegano dall’associazioine degli artigiani mestrini, i prezzi sono aumentati soprattutto al sud. In Calabria, ad esempio, si è registrato l’incremento regionale più elevato: +31,6% nel primo decennio da membri dell’eurogruppo. Seguono la Campania, con il +28,9%, la Sicilia, con il +27,6%, e la Basilicata, con il +26,9%. Le meno interessate dal caro prezzi, invece, sono state la Lombardia, con un’inflazione regionale del +23%, la Toscana, con il +22,4%, il Veneto, con il +22,3% e, ultimo della graduatoria, il Molise, dove l’inflazione è lievitata “solo” del 21,7%. La forbice tra gli aumenti più consistenti e quelli più ridotti, come si può facilmente notare, è però ridottissima, segno lampante di come l’impatto con l’euro sia stato difficilissimo per tutto il territorio nazionale. 

Per cercare di leggere meglio i risultati di questa ricerca, e in particolare il ritratto di questa Italia a due velocità, tra nord e sud del paese,  viene in aiuto l’analisi del segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi: «È opportuno sottolineare che il maggior aumento dei prezzi registrato nel Sud non deve essere confuso con il caro vita. Vivere al Nord – spiega Bortolussi – è molto più gravoso che nel Mezzogiorno. Altra cosa, invece, è analizzare, come abbiamo fatto noi, la dinamica inflattiva registrata in questi ultimi dieci anni».

Prosegue il segretario Cgia: «La maggior crescita dell’inflazione avvenuta nel sud si spiega con il fatto che la base di partenza dei prezzi nel 2002 era molto più bassa rispetto a quella registrata nel resto d’Italia. Inoltre, a far schizzare i prezzi in questa parte del Paese hanno concorso anche il drammatico deficit infrastrutturale, la presenza delle organizzazioni criminali che condizionano molti settori economici, la poca concorrenza nel campo dei servizi e soprattutto un sistema distributivo delle merci molto arretrato e poco efficiente».

Ma quali prodotti sono rincarati maggiormente? Dov’è che il consumatore si trova a sborsare di più rispetto a dieci anni fa? A differenza di quanto si possa credere, fanno sapere dalla Chia, l’impennata non ha riguardato gli alimentari, l’abbigliamento, calzature o la ristorazione, ma soprattutto le bevande alcoliche e i tabacchi, le ristrutturazioni e i lavori edilizi in genere, gli affitti delle abitazioni e  le bollette domestiche, i trasporti. 

«Per quanto concerne le principali tipologie di prodotto – spiega infatti bortolussi – spesso anche con la scusa dell’euro, i prezzi che hanno subito i rincari più consistenti sono stati quelli delle bevande alcoliche e dei tabacchi (+63,7%), quello delle manutenzioni eristrutturazioni edilizie, gli affitti, i combustibili e le bollette di luce, acqua e gas e asporto rifiuti (+45,8%), nonché dei trasporti (treni, bus, metro +40,9%). Pressoché in linea, se non addirittura al di sotto del dato medio nazionale, gli incrementi dei servizi alberghieri e della ristorazione (+27,4%), dei prodotti alimentari (+24,1%), del mobilio e degli articoli per la casa (+21,5%), dell’abbigliamento/calzature (+19,2%)».

Insomma, conclude Bortolussi, a differenza di quanto si è creduto di sapere finora, «con l’avvento dell’euro non sono stati i commercianti a far esplodere i prezzi, bensì i proprietari di abitazioni, le attività legate alla manutenzione della casa, le aziende pubbliche dei trasporti, i gestori delle utenze domestiche ed, infine, lo stato con gli aumenti apportati agli alcolici e alle sigarette. Ricordo che sul totale della spesa media famigliare, che nel 2011 è stata pari a quasi 30mila euro, i trasporti, le bollette e le spese legate alla casa hanno inciso per quasi il 50% del totale, mentre la spesa alimentare solo per il 19%».

Perché abbiamo sofferto così tanto il passaggio alla moneta unica? La colpa, dicono dalla Cgia, è stata soprattutto di quei problemi cronici che l’Italia si trascinava già da decenni prima dell’avvento dell’euro, e che la nuova moneta continentale non ha fatto altro che acuire. Risolti quelli, la convivenza con l’euro sarebbe sicuramente meno pesante, per tutti. «In linea generale –  sottolinea la Cgia –  uno dei nodi da superare è lo spaventoso deficit logistico-infrastrutturale che grava sulla competitività dell’intero sistema delle nostre imprese e conseguentemente sui costi dei servizi e dei prodotti offerti ai consumatori finali».

«Nonostante negli ultimi decenni la spesa italiana per gli investimenti sia stata in linea con la media dei Paesi dell’area dell’euro (secondo il Documento di Economia e Finanza del 2012, infatti, tra il 1990 e il 2010 la nostra spesa pubblica per investimenti è stata pari al 2,4% del Pil, mentre la media dei paesi dell’area dell’euro è stata pari al 2,5% del Pil.), la scarsa dotazione di strade ed autostrade, il grave ritardo del nostro settore ferroviario e l’insufficiente dotazione presente nel nostro Paese di reti elettriche e di trasporto estoccaggio del gas naturale comportano un costo aggiuntivo a carico del sistema imprenditoriale italiano di ben 40 miliardi di euro all’anno» spiega ancora Bortolussi. Insomma, se è l’intero sistema-paese a non funzionare come dovrebbe, non c’è moneta che tenga.

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