L’uragano Ryan arriva in Florida

By Redazione

agosto 27, 2012 Esteri

Inizia oggi, con un giorno di ritardo, la Convention Nazionale del Partito Repubblicano, a Tampa in Florida. Il posticipo è dovuto a cause puramente tecniche, anzi naturali: l’avvicinarsi minaccioso dell’uragano Isaac. Minaccia di travolgere i delegati del Grand Old Party e milioni di abitanti di tutto il Sud degli Stati Uniti. Ma nelle ultime due settimane altre due tempeste, politiche, in questo caso, hanno seriamente modificato i rapporti di forza fra i due candidati. La prima burrasca è l’uragano Paul Ryan, scelto da Mitt Romney come suo vice nel ticket presidenziale. L’altra è il tornado Todd Akin, candidato repubblicano nel Missouri, che in un’intervista, a dir poco surreale, ha parlato di “stupro legittimo” sollevando l’ira delle femministe (e dei suoi stessi colleghi di partito) e dando il destro a Obama per lanciare una nuova offensiva contro “quei maschilisti reazionari” della destra. In attesa dell’arrivo di Isaac, queste due tempeste hanno mietuto già milioni di vittime: non morti e feriti, ma slittamenti di voti e preferenze.

Paul Ryan si sta rivelando un asso nella manica dei Repubblicani e sta falcidiando le file dei Democratici, sottraendo il favore di milioni di elettori indipendenti e riconquistando un intero stato, il Wisconsin, di cui è rappresentante alla Camera. Sul voto (previsto) degli indipendenti, i sondaggi su scala nazionale parlano chiaro: il 10 agosto, un giorno prima della nomina di Ryan, Obama distanziava Mitt Romney di 4 punti percentuali; oggi, a due settimane di distanza, c’è appena un 1,2% di gap fra i due candidati. Obama è ancora in testa, ma di pochissimo. La volatilità è data soprattutto dal bacino elettorale degli indipendenti e degli indecisi. La scelta di Ryan, evidentemente, li fa pendere dalla parte dei Repubblicani.

Il giovane deputato del Wisconsin era considerato dagli esperti “troppo estremo” nelle sue proposte liberiste (i liberisti come Rand Paul, però, non sarebbero d’accordo in questa definizione) e troppo acerbo per ricoprire la posizione di vice-comandante in capo degli Stati Uniti. Ma, come è già avvenuto in altre elezioni del passato, prendere una posizione netta sui temi economici paga, soprattutto in tempi di crisi. Soprattutto, come scrive il neoconservatore William Kristol sull’ultimo numero del Weekly Standard, Ryan è premiante perché ha un piano. Un conto è attaccare a testa bassa la politica economica di Obama e la sua riforma della sanità, tutt’altro è proporre un programma radicalmente alternativo. Quel programma ora è in campo ed è un prodotto degli studi e delle idee di Paul Ryan. «La sua nomina (di Ryan, ndr) ha cambiato la natura delle elezioni del 2012 – scrive Kristol – Ora avremo una grande campagna, su grandi temi e grandi scelte. Durante tutta l’estate, la campagna di Romney ha combattuto e perso una guerra di posizione. D’ora in poi, il ticket Romney-Ryan ha una buona chance di combattere e vincere una grande guerra (elettorale) di manovra». Con molto ottimismo, Kristol ritiene che il ticket repubblicano possa replicare, dalla parte opposta, il successo della campagna di Obama nel 2008: «Ora sono i Repubblicani che stanno portando un nuovo, forte, messaggio conservatore, presentando una speranza di cambiamento, invece di una mera opposizione allo status quo». 

Se l’uragano Ryan sta causando problemi ai Democratici su scala nazionale, anche a livello locale sta dando loro filo da torcere. Il candidato vicepresidente è del Wisconsin, uno stato in cui i Repubblicani hanno appena vinto una dura battaglia contro i sindacati. Il Wisconsin, tradizionalmente democratico, è nel cuore nel MidWest, la regione degli Stati Uniti su cui Obama conta di conquistare un numero di grandi elettori sufficiente ad assicurargli la vittoria finale. Fino all’inizio di agosto il Wisconsin (che ha contribuito all’elezione di Obama nel 2008 e aveva preferito Kerry a Bush nel 2004) era dato certamente nelle mani del presidente uscente. Ora è uno stato in bilico. Alcuni sondaggi, fra cui quello di Rasmussen, danno addirittura 1 punto di vantaggio a Romney. E non ci si deve fermare al solo Wisconsin: allargando gli orizzonti a tutto il MidWest, vediamo che anche l’Ohio, altro stato strategico per la conquista della Casa Bianca, inizia a dubitare della sua fiducia nel presidente: il suo vantaggio di 5 punti su Romney, ora è ridotto a 1,5 punti nella media dei sondaggi locali. E nel vicino Michigan il margine di vantaggio di Obama si è addirittura ridotto da 8 a 2 punti.

Le buone notizie per i Repubblicani si fermano solo nel Missouri. Quello stato, tradizionalmente conservatore, è l’unico in cui registrano un netto calo di consensi. Merito dell’altra tempesta estiva: il tornado causato da Todd Akin. Intervistato da una televisione locale di St. Louis, il candidato Senatore ha dato una risposta molto confusa alla domanda sulla legittimità di un aborto dopo uno stupro. Invertendo l’ordine delle parole, ha parlato di “stupro legittimo”. È abbastanza chiaro che stesse parlando di legittimità o illegittimità dell’aborto dopo uno stupro, non dello stupro in sé. Tanto è vero che Akin, due secondi dopo, ha affermato che lo stupratore (e non il nascituro) andrebbe punito. Ma la politica è fatta anche di queste piccole gaffe. E i Democratici non hanno perso l’occasione, lanciando una violenta controffensiva. Tanto violenta che, proprio ieri, Romney ha invitato i suoi avversari ad abbassare i toni, perché la loro campagna «è virulenta e mira a dividere gli americani». Romney stesso ha dovuto ammettere che la gaffe di Akin sia stata dannosa per i Repubblicani e oltraggiosa per le donne.

È un piccolo caso locale, d’accordo, ma pronto ad essere trasformato in questione nazionale. I Democratici non hanno grandi successi economici da vantare, per cui su cosa potrebbero mai attaccare gli avversari se non sul loro (vero o presunto) bigottismo? Romney stesso, che non brilla per capacità di comunicazione politica, ha fornito loro un altro destro, quando ha affermato, nel suo stato natale: «Qui non ho bisogno di mostrare il mio certificato di nascita». Alludeva “per caso” al certificato di Obama, su cui si sono ricamate centinaia di speculazioni e leggende nere (si diceva che fosse nato in Kenya e non negli Usa, dunque fosse ineleggibile)? Il candidato repubblicano, insomma, si trova suo malgrado a dover combattere l’ennesima battaglia difensiva. Apparentemente è un’inezia, una scaramuccia. Ma, se mal gestita, potrebbe diventare molto più sanguinosa del previsto.

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