Sulla strada, con i Warlocks

By Redazione

agosto 2, 2012 Cultura

Ieri ero in macchina. Ore 2:30 del mattino. La luna, nella sua funzione primaria, era lì. Enorme e luminosa. Il cielo si spandeva attorno ai suoi limiti fisici ed in parte era inglobato dalla luce solare riflessa. Non una nuvola in cielo. La strada: libera. La strada: sempre la stessa. La strada: le vie del mio cuore. Un momento di bilancio. Amici, nemici, amore, lavoro. Le solite cose. Un senso di onnipotenza mi pervade. Capisco di essere capace di fare quel che voglio. Il mondo intorno a me, quello della finanza e delle banche, si sgretola. Il mio si rafforza. Rise and Fall degli Warlocks, anno domini 2001, nello stereo. E’ da tanto che non scrivo più una recensione.

Di getto inizio a parlare ad alta voce, come nel mentre di un dettato. E con le parole scrivo una recensione. Dopo un anno di quasi totale tregua mi rendo conto che pensare e scrivere di musica per me è ancora la cosa più naturale del mondo. Non un tentennamento nelle parole, non un’incertezza di giudizio. Sono ancora qui. Vivo. E più forte di prima. Rise and Fall è l’esordio degli Warlocks.

E’ l’album più bello della psichedelia acustica dai tempi di Syd Barrett. Ma invece di creare atmosfere dissonanti, Bobby Hecksher e soci, compongono ballate rilassanti, distensive, lontane chilometri dall’ansia e dal fumo nero pece dei loro album successivi. Non c’è angoscia, non c’è oblio. L’odore è quello dei prati secchi di un’estate rovente, della spiaggia che, d’autunno, chiude gli ombrelloni e concede la necessità di una felpa in protezione della spuma marina che, innalzata dal vento, offusca la visuale brunita dagli occhiali da sole. L’orda psichedelica investe l’ascoltatore e lo trascina in tanti mondi differenti: una serata con gli amici, un cazzeggio chitarristico votato all’LSD, un incontro astrale mai replicabile, ritmiche delicate, di raro impatto.

Ascoltare “House of Glass” è perdersi in una lacrima del nostro passato, versata non si sa bene nemmeno più per quale motivo. E’ trovare accanto a sé la morbidezza delle persone autentiche e care. E’ il lusso di poter viaggiare a finestrini aperti e assaporare il fresco della notte, con la testa cacciata fuori dall’abitacolo e la mente chissà dove. Rise and Fall è una landa di terra sperduta, meravigliosa sirena tentatrice che, da lontano, compare come oasi fruttifera. Ma, una volta giunti al primo passo sull’erba, ci si rende conto di stare già altrove, dentro sé stessi. Placide armonie, impennate di ritmo. Lasciate stare la traccia di sola batteria. Quello è un espediente degli Warlocks per far capire da dove vengono e dove vogliono andare: si parte da Ummagumma dei Pink Floyd e si sfiora la scena inglese degli anni novanta.

Il rumorismo sconclusionato si affianca alle plettrate indie sulla chitarra acustica. Maree di slide ad alimentare la sensazione di “blowing” cerebrale. “Whips of Mercy” ci regala altri momenti di pura autocontemplazione che, in un attimo, concede di scoprire il segreto della vita, il trentesimo nome di JHVH tanto agognato dalla tradizione ebraica. Il tutto, contemporanemente. Il passato, il presente ed il futuro della musica del XX e XXI secolo unite da un giro armonico semplice semplice. Rise and Fall è l’anello darwiniano, è l’aleph di Borges. E’ l’osservazione delle belle esperienze della propria vita. Rise and Fall, così come da titolo, parla di tutti noi ma in modo differente. E’ musica che non traccia il percorso mentale che deve fare l’ascoltatore, bensì lascia le briglie sciolte al nostro cuore. E ognuno viaggia, da solo o in compagnia, verso ciò che c’è di più importante: la verità. Il viaggio.

Il percorso. L’armonia. Il bello. Il tutto. L’amore. Uno dei migliori album che si possano sentire nella propria vita. Fatevi un regalo: stasera, prima di accalorarvi sul materasso, rilassatevi con questo disco. E il mondo, novello arcobaleno, vi ringrazierà.

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