I matusa del rock contro lo sharing

By Redazione

agosto 2, 2012 Cultura

Nessuno penserebbe mai che Elton John, Brian May, Robert Plant o Pete Townshend abbiano bisogno di denaro. Sono artisti con una certa fama alle spalle, con un pesante bagaglio di esibizioni live in giro per il mondo e milioni di dischi venduti. Non hanno certo bisogno di presentazioni. Eppure la pirateria deve aver disturbato anche loro, e qualche altro collega britannico. Come in altre occasioni hanno fatto i loro omologhi italiani, Sir Elton e compagnia hanno deciso di metterci la faccia, o quanto meno la firma.

Hanno preso carta e penna e hanno scritto una lettera al Primo Ministro David Cameron, chiedendo formalmente che il governo si attivi per arginare concretamente e una volta per tutte il fenomeno della pirateria legata al mondo della musica. La lettera è stata pubblicata dal Telegraph lo scorso 24 luglio.

Gli argomenti presentati dalle veterane star della musica sono un po’ scontati ma, sotto certi punti di vista, del tutto comprensibili e facilmente estendibili a qualsiasi paese che abbia fatto della discografia un’industria fiorente e redditizia, compresa l’Italia. Scrivono che l’industria della creatività rappresenta un settore in grado di creare posti di lavoro e stimolare l’economia; che il Regno Unito è ancora forte nel mercato globale legato alla musica, anche grazie a giovani artisti come Adele; che tutto il potenziale racchiuso nei confini britannici va però salvaguardato con una forte e decisa azione in favore delle leggi sul copyright.

Nel penultimo paragrafo della breve missiva fanno, in buona sostanza, le veci dell’industria discografica. Quest’ultima vorrebbe che gli internet service provider bloccassero i siti di sharing, contribuendo così a punire gli utenti che condividono illegalmente musica protetta da copyright. Vorrebbe anche che da tutti i siti che forniscono questo tipo di servizio illegale fossero ritirate tutte le pubblicità in grado di tenerli in piedi. Non solo, l’industria spinge anche perché i motori di ricerca censurino le parole chiave della pirateria on line, togliendo dalle liste di ricerca quei siti colpevoli del reato di pirateria.

Dopo il riferimento all’inasprimento delle pene, ammorbidiscono i toni e tengono a precisare che sono orgogliosi della cultura del loro paese.

Il loro riferimento alle giovani star britanniche è abbastanza curioso. Chissà se sono tutte d’accordo con i dinosauri della discografia made in UK. Sono passati ormai tanti anni da una particolare intervista rilasciata dalla giovane e brava cantante R&B Joss Stone, originaria di Dover, vincitrice di Grammy e ragazza dai milioni di dischi venduti in tutto il mondo. Era il 2008 quando un reporter le chiese cosa ne pensava della pirateria, dello sharing, insomma di chi condivide musica violando il copyright. La Stone fece un’espressione abbastanza disinteressata e dopo un paio di secondi disse: «I think it’s great». Non contenta aggiunse: «Lo adoro. Credo sia eccezionale e ti dirò perché. La musica va condivisa». Ma la Stone non è preoccupata di non vendere? Pare di no. Affermava infatti: «Qualcuno compra il cd, qualcuno lo condivide con gli amici. Per me va bene. Non mi interessa il modo in cui lo ascolti, basta che lo ascolti, basta che mi vieni a vedere in concerto». Ma se questo non fosse sufficiente, la giovane ugola britannica si spinse fino a dire che molti cantanti si erano lasciati fare il lavaggio del cervello dalle major, schierandosi dalla loro parte.

Chissà se la Stone a distanza di anni avrà cambiato idea. Certo è che, comunque sia, lei ha trovato il modo di rendersi simpatica. E anche umile.

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