Vidal e l’età dell’oro dell’isolazionismo

By Redazione

agosto 1, 2012 Cultura

Avviso (consolante) ai lettori No Global. Se avete comprato un libro dal titolo “Impero”, confondendolo, la per là, con l’ultima fatica di Toni Negri; se avete scoperto poi che si trattava di un romanzo di Gore Vidal, avete almeno due buoni motivi per non innervosirvi: si tratta di un bel libro e non si allontana troppo dal vostro modo di pensare. Le vostre convinzioni più profonde infatti potrebbero essere grosso modo le stesse dell’autore. 

Salvo per il fatto che essendo egli uno scrittore (e di chiara fama, per giunta) quelle di Gore Vidal non le chiameremo ossessioni, ma archetipi centrali dell’opera letteraria. Chi ha avuto modo di conoscere e apprezzare saggi e romanzi del celeberrimo autore statunitense sa già quali sono gli argomenti: l’imperialismo (corrotto) americano e il potere (corrompente) dei media. Certo, “Impero” (Fazi editore, 618 pagine, 19,50 euro) non racconta le vicende di George W. Bush. E’ un romanzo storico, il quinto dei sette (dopo Burr, Lincoln, 1876 e Washington DC) che costituiscono una vera e propria saga letteraria che Gore Vidal ha dedicato alla nascita e alla trasformazione della repubblica americana in impero. Scritto nel 1987 e mai pubblicato prima d’ora in italiano, è ambientato nel pieno dell’età dorata, la “Guilded Age” della fine dell’Ottocento.

L’epoca che per l’autore rappresenta la fine dell’innocenza americana e il tramonto degli ideali su cui si era fondata la repubblica. Sono gli anni della guerra contro la Spagna per il dominio dei Caraibi. “La splendida piccola guerra” (per dirla con John Hay, sottosegretario di Stato e figura centrale di “Impero”) che fruttò all’amministrazione americana Portorico, Guam e le Filippine, gettando le basi per il dominio statunitense sui due oceani. Con quella guerra, cadde l’illusione che gli Usa fossero una nazione isolazionista e le altre potenze mondiali capirono che avrebbero dovuto fare i conti sul serio con un altro protagonista della scena internazionale: per la vecchia colonia iniziava l’ora del riscatto. Tutta la nazione americana è pervasa da una strana euforia.

La bella e ambiziosa Caroline Sanford viene spinta verso il matrimonio con Del, mite figlio del segretario di stato Hay. Ma il suo carattere indipendente e anticonformista la porta a rifiutare un destino già scritto e ad iniziare una lotta per la conquista del potere contro gli uomini più influenti della sua generazione. Dagli uffici del “Tribune”, il giornale di Washington che ha da poco comprato, Caroline si confronta così con i due uomini che cercano di opporsi ai suoi progetti ambiziosi: William Randolph Hearst, proprietario del “Journal”, e Blaise Sanford, fratellastro della ragazza. Nella lotta per il potere, le vite dei tre personaggi si intrecciano con quelle dei protagonisti di quel periodo: il presidente McKinley e il suo successore Theodore Roosevelt, William Jennings Bryan e Henry James, gli Astor, i Vanderbilt e gli Whitney.

Su tutti spiccano le figure del presidente Theodore Roosevelt e del magnate della stampa William Randolph Hearst, proprietario di 8 giornali, abile manipolatore di notizie, dalla vita dissoluta, che ispirò Orson Welles per la figura del protagonista di “Quarto potere”. Roosevelt e Hearst sono rispettivamente la personificazione del potere politico che si corrompe nell’aspirazione imperialista e il simbolo del potere pernicioso dei media. Sono loro i protagonisti che agiscono sullo sfondo e rendono il senso dell’epoca. E anche il senso del romanzo, molto più efficace nelle atmosfere che nella trama. A loro Vidal assegna significativamente l’onere del dialogo che chiude il romanzo.

“Lei, Mr Hearst, ha elevato il Quarto Potere a un livello mai visto prima…”, dice il presidente americano al magnate della stampa. “Lo so. E per una volta lei ha ragione”, risponde Hearst e sottolinea: “Adesso lei è solo il titolare di una carica. Ben presto dovrà lasciare questo posto e ciò significherà la sua fine. Ma io andrò avanti e continuerò a descrivere il mondo incui viviamo, che diventerà quello che dirò io”. Quell’incontro incontro avvenne realmente, ma nessuno sa davvero cosa i due si dissero nell’occasione. “Mi piace pensare che il mio dialogo sia riuscito a cogliere, se non altro, i sentimenti dell’uno nei confronti dell’altro” spiega l’autore in un breve nota che chiude il libro.

E d’altra parte chi meglio del più antiamericano, bizzoso e mondano tra gli scrittori statunitensi avrebbe potuto immaginare quel dialogo? Rampollo di una grande famiglia del Sud, Gore Vidal era destinato alla carriera politica come i suoi avi. Vocazione che ha sfuggito (o ha tentato di sfuggire) dedicandosi a tempo pieno alla scrittura. Candidandosi comunque (senza successo) sia alla Camera sia al Senato. E non rinunciando a fare politca, quella vera, attraverso le sceneggiature per Hollywood e i romanzi in cui la vita pubblica americana viene sviscerata negli aspetti più nascosti, e per forza di cose più scabrosi. Mettendo il becco, da circa cinquant’anni, il tutte le fasi della vita politca americana. Fino a rischiare di diventare parente (Al Gore è suo cugino) del presidente degli Usa. Rischio scongiurato nel novembre del 2000 dal saggio voto dei cittadini della Florida.

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