La sindrome di Bonnie e Clyde

By Redazione

agosto 1, 2012 Esteri

Ogni volta che succedono tragedie tanto inaspettate quanto insensate, come l’ultima follia armata made in USA, che ha portato la firma del giovane James Holmes, al di là della generale condanna, del dolore, della fame di giustizia, si verifica un fenomeno molto classico, quasi un cliché: ben presto una piccola folla ne chiede la testa mentre un’altra, meno numerosa, di emuli seguaci inneggia all’assassino.

Una volta succedeva al bar, oggi succede su Twitter. Così l’account JamesHolmesDies, che manda on line un elenco di molteplici e fantasiosi modi in cui Holmes potrebbe perdere la vita, conta più di 41.000 follower, giocando su un black humor che, alla luce del dolore che l’evento si porterà dietro ancora per molto tempo e considerando che il giovane rischia la pena di morte, non sembra esattamente l’idea del secolo. L’account, come tanti altri, finisce per essere un’accozzaglia di odio in ordine sparso.

Poi c’è l’altra faccia del web. In modo diverso, ma è successo anche da noi. Tutti ricordano gli omicidi compiuti dai giovanissimi Erika e Omar a Novi Ligure. E certamente qualcuno ricorderà delle lettere che Erika riceveva da coetanei in adorazione, se non addirittura da folli corteggiatori. Si dice che la storia si ripete. Nel caso di Holmes, è certamente vero. Ma se ai tempi di Novi Ligure non era così facile far girare le informazioni, ai tempi di Twitter è sin troppo semplice radunare persone delle tipologie più varie sotto un unico vessillo. Così sono nate le holmies, termine con il quale si auto identificano le groupies di James Holmes. Le ragazze in questione postano materiale da fan accanite, messaggi di sostegno, dichiarazioni d’amore. Si scattano e mettono in rete fotografie nelle quali indossano camicie di flanella, solo perché pare che Holmes sia stato arrestato mentre ne indossava una, o mentre bevono Slurpee, poiché pare sia la sua bibita preferita. Non solo, hanno anche composto un inno delle holmies.

Buzzfeed ha anche stilato una folta gallery con materiale foto e video che ritrae giovani fan dell’assassino di Aurora. Si potrebbe pensare che si tratta di casi isolati, ed è evidente che le ammiratrici non siano la maggioranza delle ragazze statunitensi. Evidentemente però sono numerose le persone che cercano il modo di mettersi in contatto con lui, dal momento che sul web girano le istruzioni per potergli scrivere mentre si trova in carcere.

Si chiama ibristofilia, ed è anche detta sindrome di Bonnie and Clyde. È una parola che deriva dal termine greco hybridzein, sta ad indicare l’agire oltraggioso verso qualcuno e si riferisce all’attrazione morbosa verso chi ha commesso tali azioni. Da un lato qualcuno direbbe che è tutta colpa di questo benedetto web, che dà la possibilità a persone deboli e facilmente impressionabili di trovare un trait d’union, una bandiera sotto la quale identificarsi per sfuggire alla banalità del quotidiano. Colpa del web, che fomenta sentimento negativi e li nutre, lasciandoli fiorire. Eppure, in realtà, potrebbe essere esattamente il contrario. Il web mette in luce una realtà che esiste e che è sempre esistita, riunisce i fenomeni e in certa misura li isola, li rende noti, invitando implicitamente chi incappa in queste storie a formulare dentro di sé un’opinione ben precisa. Non solo, funge anche da mezzo catartico per dar sfogo verbale e virtuale a chi magari lascerebbe crescere dentro di sé un germe pericoloso, mentre invece, navigando la rete, potrà presto trovare rifugio in un’altra moda.

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