Il monaco di Pechino

By Redazione

agosto 1, 2012 Esteri

I tibetani che vivono in esilio a Dharamsala, in India, lo chiamano “impostore”, “falso”, “burattino”. A sentire Pechino invece, è lui l’unico, vero monaco in grado di dare continuità al buddismo, perché capace di identificare la persona in cui si reincarnerà il Dalai Lama (una volta morto). Parliamo di Gyaltsen Norbu, undicesimo Panchen Lama, che dallo scorso 24 luglio è impegnato in un pellegrinaggio nei luoghi più significativi del Tibet (città sante e monasteri), seguito da uno stuolo di giornalisti e fotografi dell’agenzia di stampa Xinhua attenti a riportarne ogni parola, a fotografarne ogni singolo passo ed incontro con i rappresentanti della comunità locale.

Una sovraesposizione mediatica del tutto simile a quella già vista in occasione del precedente viaggio in Tibet di Norbu (nel 2010), e che, oggi come allora, ha il sapore di una “excusatio non petita”: uno sforzo per dare legittimità ad una figura fortemente contestata proprio da chi – i tibetani – dovrebbe vedere in essa una guida importante. Ma così non è. L’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso, aveva riconosciuto come Panchen Lama il giovane Gedhun Choekyi Nyima il 14 maggio del 1995, grazie al lavoro di due religiosi inviati nella ricerca ma pochi mesi dopo la polizia rapì il bambino e la sua famiglia, di cui da allora non si sa più nulla. Sempre nello stesso anno (a novembre del 1995), la Cina scelse un sostituto di comodo a Gedhun: Gyaltsen Norbu (che al tempo aveva sei anni, come il piccolo rapito), e lo nominò “vero” Panchen Lama dicendo di avere utilizzato, per la sua identificazione, rituali religiosi più autentici di quelli scelti dal Dalai Lama.

Nel 2010, Norbu fece poi il suo ingresso nella vita politica nazionale, partecipando ai lavori della Conferenza politica consultiva del popolo, organismo che affianca l’Assemblea nazionale del popolo (sede legislativa cinese). Funzione quantomeno bizzarra per un religioso. Attraverso Il rapimento prima e la sostituzione poi, Pechino ha messo bene in chiaro qual è l’unica strada ammissibile per la sopravvivenza del buddismo tibetano in Cina: la sottomissione al Partito, regola valida per tutte le religioni ufficiali presenti nel Paese. Ma questa opzione per i tibetani non è accettabile.

Il Dalai Lama è considerato dai suoi seguaci molto più di un leader spirituale: il Dalai Lama e il Tibet sono un’unica cosa. E proprio questa profonda identificazione culturale e identitaria rende impossibile l’assimilazione del popolo tibetano da parte dei cinesi, esasperando i contrasti (da Mao in poi il regime non si èrisparmiato, attuando nei confronti della minoranza ribelle ogni possibile forma di repressione). Pechino oggi investe molto sul “finto” Panchen Lama, a cui, in un futuro non troppo lontano, spetterà il compito di nominare un capo spirituale non inviso al Partito Comunista.

Nel frattempo, dall’altro lato della barricata, l’attuale Dalai Lama – Tenzin Gyatsu – invecchia in esilio cercando un modo per dare continuità alla cultura del suo popolo e facendo frequente riferimento al fatto che la sua prossima reincarnazione potrebbe nascere al di fuori dal Tibet. In questa complessa partita, i tibetani hanno più da perdere che da guadagnare. A giocare contro di loro è in primis il fattore tempo: quando il Dalai Lama morirà, la sua reincarnazione verrà trovata in un bambino. E anche se questo bambino vivrà in India, lontano dall’influenza cinese, dovranno passare anni prima che il piccolo erede sia pronto e sufficientemente educato per esercitare la funzione di leader. Un lungo interregno in cui i tibetani saranno privi della loro guida più alta. Un vuoto che può avere conseguenze fatali per la cultura di un intero popolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *