Grillo e la guerra dei followers

By Redazione

luglio 30, 2012 politica

Qualche giorno fa è rimbalzata sui media, con strascico polemico e disgustoso epilogo, la ricerca che uno studioso italiano, Marco Camisani Calzolari, ha compiuto sul profilo Twitter di Beppe Grillo. I risultati (che potete leggere qui) dimostrerebbero che il 54% dei followers del comico genovese, sarebbero in realtà falsi e prodotti artificialmente utilizzando dei bots (abbreviazione di robots), software in grado di simulare comportamenti umani sui social media.

La notizia è rimbalzata anche sui giornali esteri e ha mandato Beppe Grillo su tutte le furie; toccare a lui i followers è come rubare la Numero Uno a zio Paperone. La difesa, poco esaustiva, è stata affidata a questo post di uno degli strateghi marketing della Casaleggio Associati, la società che gestisce l’intera strategia internet (e forse anche politica) di Grillo; che è un po’ come chiedere al responsabile tesseramento della Cgil se gli iscritti al sindacato sono tutti veri.

Comunque, la violenza con cui il popolo grillino ha reagito alla pubblicazione dello studio dimostra, come prima cosa, che la cosiddetta “democrazia digitale” è una boiata pazzesca; l’aggressione e il linciaggio che Camisani Calzolari ha subito con tanto di minacce fisiche, dovrebbero far vergognare tutti quei guru del web che ce la menano con scemenze sulla bellezza del “popolo della rete”. Rimane il fatto che nel tempo dei social media e della politica 2.0, il tema della possibile falsificazione dei followers da parte dei politici, è quanto mai attuale. In queste ore in Gran Bretagna è scoppiato il caso di Louise Mensch, la bella deputata del parlamento inglese, astro nascente del partito conservatore di Cameron.

La Mensch è famosa per le sue dichiarazioni non proprio ortodosse sull’uso di droghe in gioventù, per essere stata elogiata da “Bagehot”, uno dei blogger più crudeli dell’Economist, in quanto miglior deputato durante l’audizione contro Rupert e James Murdoch, ma soprattutto per essere stata la co-fondatrice, insieme al laburista Luke Bozier, uno dei responsabili delle strategie digitali ai tempi di Tony Blair, di Menshn.com un social network strutturato come una chat room che consente di veicolare specifici temi politici, partendo dalle elezioni presidenziali americane. Insomma una vera stella della web-politica. Da ieri, su Twitter, circola la notizia secondo la quale il 97% dei suoi oltre 80.000 followers, sarebbero fakes (cioè identità fasulle).

Almeno secondo quanto riportato da Fakers.statuspeople.com, un’applicazione di social media management che analizza i profili con oltre 10.000 followers per scoprire quanto, personaggi pubblici, politici e blogger famosi si fanno i “ritocchini” in rete. Da notare che secondo lo stesso sito, il Blog di Beppe Grillo avrebbe quasi il 77% di fakes, a dimostrazione che la ricerca di Camisani Calzolari non è poi del tutto campata in aria. In Gran Bretagna non è la prima volta che la guerra dei followers coinvolge la politica. Qualche settimana fa il 72enne Lord John Prescott, vice Primo Ministro ai tempi di Tony Blair, ha attaccato l’attuale ministro del governo Cameron, Grant Shapps, di 30 anni più giovane, non per ragioni politiche ma perché avrebbe applicato su Twitter un sistema di auto-follow bot, con lo scopo di gonfiare il numero dei suoi followers.

Il meccanismo è semplice: un software applicato al proprio account ti fa seguire in automatico migliaia di utenti (molti dei quali a loro volta inizieranno a seguirti) e poi li abbandona senza colpo ferire. Questa operazione, fatta infinite volte, consente di produrre un numero di followers in continua ascesa. Il sospetto è venuto quando si è notato che Shapps oltre ai suoi 54.000 followers, seguiva lui stesso circa 25.000 account, cosa difficile per uno che dovrebbe passare il tempo a fare il Ministro di Sua Maestà. Ma siccome la Gran Bretagna non è l’Italia e sono loro ad aver inventato l’humor, le reazioni sono state molto più garbate e ironiche delle minacce grilline.

E così Lord Prescott ha pensato di ridicolizzare Shapps con le stesse armi dei social media, inventando un hasthag specifico (#shappsfollowedme), che ovviamente ha fatto il giro di Twitter. E il giovane ministro, a sua volta, lo ha ripreso in un tweet geniale che parafrasava Andy Warhol: “nel futuro tutti saranno seguiti e lasciati da @grantshapps”. La crisi della politica è crisi di sovranità, di legittimità e anche di linguaggio. I social media non aiutano la politica soprattutto quando questa non ne capisce l’uso, la funzione interattiva e la semantica. Tutto rischia di rimanere vecchio anche nel nuovo. Se Grillo e la giovane web star inglese hanno veramente falsificato i propri followers, in fondo non avrebbero fatto altro che ciò che partiti e sindacati fanno da decenni falsificando le tessere. Il problema è che, se così fosse, questo nuovo che avanza puzzerebbe già terribilmente di vecchio.

(Blog dell’anarca)

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