La calda estate spagnola

By Redazione

luglio 29, 2012 Esteri

Negli ultimi giorni, la lettura dei giornali spagnoli offriva tre dati, collegati tra loro, che fanno prefigurare un’estate più calda del solito. Primo: secondo un membro di alto rango del governo Rajoy, il paese ha una liquidità che consente al massimo tre mesi di sopravvivenza (fonte: “La Vanguardia”). 

Solo tre opzioni vengono prese in considerazione: (i) la monetizzazione del debito con l’intervento della Bce (la più gradita agli spagnoli, ma anche la meno probabile); (ii) un riscatto alla greca con conseguente commissariamento della politica economica (a patto che si trovino le risorse e la volontà politica a livello europeo per un intervento del genere); (iii) la rottura dell’euro.

La seconda opzione resta la più probabile secondo i mercati, ma nessuna può essere esclusa. Per la serie: allacciatevi le cinture. Secondo: le comunità autonome, che finora facevano a gara per nascondere i loro conti in dissesto, hanno iniziato la corsa a dichiarare bancarotta per prime, nella speranza di essere salvate dal fondo autonomo di liquidità a livello centrale, prima che finiscano i soldi. Un classico esempio di circolo vizioso, innescato da quelli che gli economisti chiamano “vincoli di bilancio soffici”.

Traduzione: difficile tenere a freno la voglia di spendere di politici locali che fronteggiano aspettative di crescita effervescenti e la speranza di poter scaricare i debiti sullo stato centrale, qualora qualcosa vada male. Terzo: la popolarità del governo Rajoy è al minimo (fonte: “El Mundo”). Il Ppe, rispetto alle elezioni di novembre, perderebbe 9 punti percentuali se si votasse oggi. Ma, sorpresa delle sorprese per i commentatori spagnoli (un po’ meno per noi italiani), il PSOE crescerebbe soltanto di 0,8 punti percentuali.

Ad avvantaggiarsene sarebbero l’estrema sinistra di IU (5 punti) e il partito centrista UPyD (3 punti). Insomma: il bipolarismo a partiti dominanti, che ha garantito decisione nelle scelte di governo e stabilità alla giovane democrazia spagnola, comincia a scricchiolare. Il sistema dei partiti potrebbe avventurarsi verso territori inesplorati. Cosa è successo? Perché il miracolo spagnolo di crescita economica si è trasformato in un incubo? In verità, osservatori attenti avevano avvisato che il miracolo si reggeva su fondamenta fragili (si veda: Victor Pérez-Diaz, “Una interpretación liberal del futuro de España”, Taurus).

Si trattava, infatti, di una crescita “estensiva”, sospinta dalla bolla dell’edilizia e basata su incrementi nell’uso dei fattori produttivi, piuttosto che di una crescita “intensiva” fondata su aumenti di efficienza e della produttività. Nei tempi di vacche grasse, ci si sarebbe dovuti porre il problema per tempo. È lo stesso nodo dell’Italia (con la differenza che noi veniamo da decenni di stagnazione piuttosto che di crescita estensiva). Anche se le differenze, nel bene e nel male, non mancano. Di sicuro, entrambi i paesi hanno un problema di produttività che ristagna e di crescita che non parte. Ma l’Italia può contare su una maggiore ricchezza delle famiglie e su un maggiore dinamismo imprenditoriale (soprattutto nella fascia media).

La Spagna, dal canto suo, ha un’amministrazione pubblica più efficiente e alcune grandi imprese (soprattutto ex monopoliste) con una buona penetrazione dei mercati internazionali. E la politica? Beh, in entrambi i casi: io speriamo che me la cavo.

(Qdr magazine)

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